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    Il discorso di Obama al Cairo

    di redazione Puntozenith on Giugno 11,2009

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    Il discorso di Obama a Il Cairo sui rapporti con l’Islam fa discutere.

    Si è sottolineato l’approccio nuovo del presidente americano rispetto a Bush.

    Da un lato dialogo e confronto, rispetto della libertà religiosa e “valori condivisi”. Dall’altro, niente esportazione per via militare della democrazia ma predilezione degli strumenti degli strumenti diplomatici per risolvere i problemi internazionali.

    E ancora: due stati per due popoli in Palestina (già contraddetto ripetutamente dall’alleato Netanyahu, redivivo leader israeliano che ha negato ripetutamente il diritto dei Palestinesi ad una patria indipendente: “Al massimo – ha detto – qualche forma di autonomia”, come gli altoatesini).

    Bisogna andare più a fondo per capire la portata e la prospettiva americana nel medio e lungo periodo e il suo rapporto con i popoli di fede islamica.

    E’ una svolta vera quella di Obama?

    Certo una differenza di visione storico-politica fra il nuovo presidente e il suo predecessore, ci deve pur essere. Ma non appare irrealistico pensare che per tutto ciò esiste una prima spiegazione evidente: la constatazione del fallimento della strategia dell’America gendarme del mondo, pronto a passare alle vie di fatto in nome della democrazia violata, degli interessi violati, dei valori occidentali violati. Del resto la scomparsa dell’impero di Mosca contribuiva a convincere gli USA di essere rimasti gli unici attori planetari e quindi di avere il dovere di assumere su di se la responsabilità della civiltà occidentale. La fine della storia secondo Fukujama.

    Per dirla con Robert Kagan (Paradiso e Potere – Mondadori – 2003), “l’America si comporta davvero da sceriffo internazionale, uno sceriffo che magari si è appuntato da solo la stessa sul petto, ma che comunque è gradito ai più e cerca di imporre un minimo di pace e giustizia in un mondo selvaggio, in cui bisogna scoraggiare o annientare i banditi, spesso con le armi”. Questo era il concetto in voga negli ambienti neocon al vertice dell’amministrazione Bush. E questa missione hanno creduto di assolvere, fin sotto il patibolo di Saddam Hussein.

    Ma "gli eventi in Iraq hanno ricordato all'America – ha detto Obama - la necessità di usare la diplomazia e creare consenso internazionale per risolvere i nostri problemi ogni volta che è possibile”.

    Bush e i suoi neo-conservatori avevano elaborato una dottrina dell’uso della forza per garantire la libertà dei popoli. In quest’ottica l’Europa appariva una palla al piede: molle, indecisa a tutto, dedita al patteggiamento diplomatico, incapace di decisioni risolute e definitive.

    L’Europa odierna – per tornare al pensiero di Robert Kagan - non ha l’ambizione del potere, e certamente non di quello militare”.

    A Bagdad evidentemente gli americani, impantanati in una guerra senza fine, così come in Afghanistan e ovunque siano intervenuti finora, hanno imparato la lezione ed Obama cerca di “europeizzare” la politica degli USA dichiarando di voler privilegiare la strategia del dialogo, le armi della diplomazia.

    Nessuno scontro di civiltà all’orizzonte – dunque – ma un continuo e fecondo rapporto che punta sui valori condivisi fra Islam e Occidente.

    Ed è qui che rischia di cascare l’asino. Quali valori condivisi? Con quale mondo arabo vuole intrecciare i nuovi rapporti?

    E’ innegabile che almeno una parte degli stati islamici coltivi già da tempo buoni rapporti con gli Stati Uniti. A parte il Pakistan dove l’accordo si dimostra sempre più precario quanto strumentale, al punto da far immaginare non impossibile un mutamento di rapporti com’è avvenuto, per esempio, con lo stesso Iraq di Saddam, ci sono paesi anche importanti del mondo arabo con i quali le affinità sono consolidate e rilevanti, perché forgiate nel contesto degli interessi economici e finanziari internazionali: l’Arabia Saudita, gli Emirati, ecc..

    Con riferimento a questi ultimi è evidente che l’ “apertura” di Obama lascia del tutto indifferenti come la scoperta dell’acqua calda.

    Una novità potrebbe rappresentarla nei confronti di quelle nazioni (prima fra tutti l’Iran) oggi maggiormente lontane da Washington. E soprattutto nei confronti delle genti musulmane che, indipendentemente dall’atteggiamento dei loro governi, hanno maturato un’aperta ostilità nei confronti dell’America.

    E qui la patata si fa più bollente. Le ragioni della diffidenza (o, addirittura, dell’odio) che gran parte del mondo islamico prova per i nipotini dello zio Sam non nasce solo da ragioni di politica internazionale.

    Gli Stati Uniti rappresentano il grande Satana, La dottrina della perdizione e della corruzione, non tanto perché affermi una religione diversa da quella del Profeta (su di Lui la Pace), quanto perché prescinde da qualsiasi sentimento religioso.

    Gli Usa incarnano la frontiera estrema della società secolarizzata, in cui persino le esperienze religiose tradizionali e “originali”, sembrano più frutto di un (più o meno) riuscito marketing associativo, che il risultato di un percorso spirituale. L’Islam appare come la spazio umano e temporale dove ancora sopravvive e predomina la dimensione del sacro che si incarna nell’aspirazione di vita degli uomini.

    Come potrà realizzarsi l’auspicata convergenza di “valori condivisi” ai quali si è richiamato Obama?

    E non si dimentichi che quanto a intransigenza delle idee e a messianico convincimento della propria missione salvifica gli americani non accettano (né meritano) lezioni da nessuno.

    Abbiamo l’impressione che se non siamo allo scontro di civiltà, siamo al confronto di due fondamentalismi assoluti. Le frange più estreme dell’Islam che ancora divide fra i fratelli in Allah, da una parte, e tutti gli altri infedeli, dall’altra, dovrebbe confrontarsi con i teorizzatori dell’american way of life esportatori di Mc Donald’s a cannonate.

    All’Islam abbiamo rimproverato di non saper distinguere la sfera del sacro da quella del profano, la religione dalla politica. Ma gli Stati Uniti, se hanno realizzato la società multietnica, sono ben lontani dal solo concepire la società multiculturale.

    Di fronte alla portata di tali questioni, Barak Obama – con tutto il rispetto – rischia di essere ancora ben poca cosa.

    FabFalvo

     

     


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