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    Alcune opinioni lette in rete sul libro L'AQUILA E IL CONDOR di Stefano Delle Chiaie

    di redazione Puntozenith on Giugno 04,2012

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    da Massimiliano Griner, uno dei curatori del libro, Facebook: L'aquila e il condor

    una breve noterella alla recensione de L'Aquila e il Condor di Silvana Mazzocchi
    pubblicata da Massimiliano Griner il giorno mercoledì 30 maggio 2012 alle ore 0.18 ·

    Non penso che un autore darebbe prova di stile replicando al critico che ha avuto tanta gentilezza da occuparsi della sua fatica. Ma poiché de L'Aquila e Condor, l'autobiografia del leader di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie, sono il curatore insieme all'amico Umberto Berlenghini, mi proverò a replicare alla recensione di Silvana Mazzocchi, pubblicata da Repubblica il 29 maggio.

    In buona sintesi, la giornalista si dichiara delusa del libro, sostenendo che Delle Chiaie ha perso un'occasione importante: l'occasione di fare veramente e fino in fondo luce sui “misteri italiani”, prima tra tutti piazza Fontana. Un fatto per lei ancor più grave dal momento che oggi (e per la verità da molti anni) Delle Chiaie è un uomo libero, che ha regolato i suoi conti con la giustizia, e dunque avrebbe potuto parlare in piena libertà. Cosa che, a suo credere, non ha fatto per niente.

    Vediamo perché questa asserzione mi pare non abbia alcun fondamento.

    A meno che mi sfugga qualcosa, sui “misteri” (veri o presunti) della nostra storia possono fare luce soltanto i protagonisti, gli attori, oppure persone che, per qualche motivo, siano stati loro contigui. Per dirla semplice, solo chi ha messo materialmente la bomba a piazza Fontana, e chi ne è stato complice, potrebbe rispondere alla domanda: “chi ha messo la bomba in piazza Fontana”, e forse anche a quella, molto più importante: “chi è stato il mandante?”.

    Personalmente non credo che la tragica vicenda di piazza Fontana nasconda ancora dei segreti, come ho cercato di argomentare nel mio Piazza Fontana e il mito della strategia della tensione anche se continuo a ignorare, non senza eccessivo tormento, chi sia stato con precisione l'esecutore materiale: senza alcun dubbio uno dei tanti giovani arrabbiati di allora, facilmente manipolabile da mandanti di dubbio carisma. E credo altresì che la nebbia che abbiamo lasciato alzare intorno a quel momento della nostra storia parli soprattutto di noi italiani, e della sconsiderata voluttà con cui ci schieriamo su fronti tanto contrapposti quanto immotivati.

    In ogni caso, la pretesa che Delle Chiaie, raccontando la sua avventura politica, dovesse dipanare misteri e stragi ripone tutta nell'implicita convinzione, data per scontata da Mazzocchi, che egli sia stato un attore o almeno uno spettatore privilegiato di quelle nefandezze.

    Per quanto la sua autobiografia sia molto di più che un memoriale di autodifesa, ne L'aquila e il condor Delle Chiaie si difende abilmente dall'accusa di aver giocato anche un insignificante ruolo nella strage di piazza Fontana (e in quella di Bologna). Cosa che non gli è difficile. E non perché sia stato assolto in sede processuale da queste imputazioni (anche Freda lo è stato), ma perché non esistono elementi fondati che lo leghino a quegli episodi.

    Chi crede altrimenti, probabilmente si limita ad aver sempre sentito dire che Delle Chiaie in queste cose è “immerso fino al collo”; il che, per fortuna, non basta a portare in prigione un uomo, né a emettere su di lui un giudizio storico fondato.

    Delle Chiaie a mio parere nel libro fa altre due cose molto importanti. In primo luogo racconta di aver aperto un'inchiesta personale, subito dopo il 12 dicembre, per accertare quello che era accaduto, consapevole che la strage avrebbe avuto un effetto grave sulla sua parte politica. In secondo luogo, racconta che i servizi segreti di allora depistarono le indagini. Ma le depistarono non lontano dai fascisti di Avanguardia con il fine di proteggerli (come molti ancora credono), bensì proprio nella loro direzione, in modo non molto diverso da quanto è avvenuto nei confronti degli anarchici. Un aspetto che è dimostrato da documenti, e oggi riconosciuto anche da studiosi tutt'altro che amichevoli nei confronti di Delle Chiaie, come Sabino Giannuli nel suo Bombe a inchiostro.

    Delle Chiaie formula anche un'ipotesi. Che il depistaggio sia stato attuato per proteggere il giornalista Guido Giannettini, a libro paga dei servizi e frequentatore della cellula padovana di Freda, posta sotto inchiesta dai giudici Stiz e D'Ambrosio. Ipotesi tutt'altro che fragile, e suffragata da numerosi elementi.

    Mazzocchi non si addentra in questi problemi, ma non omette di definire Delle Chiaie “in odore di servizi” per i suoi presunti rapporti con l'Ufficio Affari Riservati, il servizio segreto del Viminale. Ora, che Delle Chiaie sia “in odore di servizi”, non c'è alcun dubbio, se con questo intendiamo che su di lui ha aleggiato e continua ad aleggiare il sospetto che per tutta la sua vita abbia brigato sotterraneamente al fine di rafforzare le istituzioni repubblicane e la democrazia parlamentare.

    Il fatto che abbia deciso di raccontarsi in un libro, rivendicando con passione il suo credo antidemocratico e cercando di dissipare questa voce, non esclude di per se stesso che egli, come forse pensano i suoi più ostinati detrattori, non stia continuando a reggere il gioco fino in fondo. Personalmente però mi sono convinto che Delle Chiaie abbia onestamente militato per abbattere il sistema (cosa che mi basta per collocarmi politicamente ai suoi antipodi), e che l'accusa di rapporti con il ministero degli interni sia infondata.

    Ancora una volta, sono però soltanto il curatore. È per questo che mi pare opportuno rimettermi al giudizio di un giovane storico di valore, anch'egli come Giannuli di provata fede democratica, Giacomo Pacini. Anche Pacini, che ha studiato da vicino l'Ufficio affari riservati nel suo Il cuore occulto del potere non ha ravvisato alcun elemento che comprovi l'accusa. Ma molti elementi che ne dimostrano l'inconsistenza.

    A fronte di tutto quello che ho scritto si deve forse dedurre che Delle Chiaie è un angelo? Per un liberale come me, convinto con Churchill che la democrazia parlamentare sia la forma di governo meno deteriore di tutte, Delle Chiaie con il suo credo antidemocratico, antiborghese e organico è già molto vicino a essere piuttosto il diavolo. Ma un diavolo di cui volevo a tutti i costi sentire la storia, perché potessi, insieme ai suoi lettori, andare quanto più vicino a guardare la verità storica per quello che è, oltre luoghi comuni e pregiudizi.

     

     

    da  Giacinto Reale,  Facebook, L'AQUILA E IL CONDOR, 2 giugno 2012

    L’AQUILA E IL CONDOR, MEMORIE DI UN MILITANTE POLITICO
    Finito di leggere….libro sicuramente interessante per gli addetti ai lavori, per chi quelle vicende ha, anche marginalmente “vissuto”, ma pure per chi voglia solo farsene un’idea
    La scrittura è –anche troppo- “asciutta”, come nello stile del personaggio, e la scelta del racconto in prima persona dà “concretezza” a vicende che, soprattutto nella seconda parte rasentano il filo del romanzo d’avventura, a parte una digressione sulla storia di Bologna
    Ho parlato di “seconda parte”, perché, in effetti, c’è una cesura nel testo, fra un inizio più squisitamente “politico” (manifestazioni di piazza, congressi di Partito, organizzazione del movimento, e –perfino- competizioni elettorali) e un successivo svolgimento che, con l’avvio della latitanza di Delle Chiaie e dell’attacco del “sistema” ad Avanguardia, si fa più “cronaca” di un disperato tentativo di tenere insieme un ambiente (il mito della “unità”) e viva un’idea
    Il gran numero di vicende nelle quali il narratore è stato coinvolto, unitamente alla scelta di parlare solo di ciò di cui è stato protagonista o conosce “per certo”, ha imposto una selezione nel racconto, che non credo sia l “autocensura” o reticenza, che qualcuno ha insinuato
    Condivido l’opinione espressa da in rete di una insospettabile “ingenuità” di Delle Chiaie quando il discorso si fa più politico….l’uomo, capace di dirigere con indubbio carisma e capacità un ambiente “irrequieto” di natura (insiste spesso sul “coinvolgimento” degli altri nelle decisioni che riguardavano il movimento, ma appare chiaro che –e non poteva essere diversamente- egli è “comunque” il “capo”, al quale spetta l’ultima parola, e che si assume le maggiori responsabilità e ne paga il prezzo), si fa coinvolgere “subito” quando intravede all’orizzonte una possibilità di portare a buon fine il “suo” progetto politico
    Senza stare a parlare di “contatti”, soprattutto esteri, che pure vi furono e che forse –col senno di poi- potevano essere meglio selezionati, colpisce, per esempio, quello che dice a proposito del “golpe Borghese”:
    “Avanguardia si era poi data una propria missione nella missione: evitare che il golpe tecnico politico si trasformasse in un golpe militare. Non avevamo mai pensato a un evento che assegnasse alla Forze Armate un ruolo autonomamente decisionale”
    Qualche parola andrebbe spesa anche sul ruolo perverso dei “Servizi” (per questo, certamente, “deviati”) e della Magistratura, che, individuato un obiettivo facile da colpire, anche per qualche sua “fragilità” interna, si mossero come un carter pillar, in una logica di sudditanza al potere che schiacciava, impietosa, destino e vite stesse di tanti
    Nell’insieme, comunque, una storia del secolo scorso, che parte dalla sfilata dei carri americani nella Roma “liberata” del ’44 e si chiude con l’esaurirsi di un calvario giudiziario che non poteva non concludersi con assoluzioni piene…..restano i dubbi: “se” quel 16 marzo non si fosse rotta l’unità degli studenti alla Sapienza….”se” quel 12 dicembre la bomba di Milano avesse avuto gli stessi effetti di quelle di Roma.. “se” quella notte del 7 dicembre non fosse arrivata la “telefonata”….
    Per finire, Massimiliano Griner e Umberto Berlenghini assolvono correttamente al loro compito di “curatori” ….Telese la sua postfazione poteva risparmiarcela
    Una nota personale: non ho conosciuto personalmente Delle Chiaie….l’ho incrociato, tanti anni fa, una sera –mi pare a Piazza Esedra- quando mi ero fermato a salutare un vecchio amico barese suo “fidato”, e poi, quel 16 marzo alla Sapienza….ora, però, la curiosità è tanta….non mancherò alla presentazione del libro che, a quel che so, sarà organizzata presto a Roma

    da Ugo Maria Tassinari, www.fascinazione.info:
    venerdì 1 giugno 2012
    L'Aquila e il Condor: Delle Chiaie e il realismo della politica (nazional)rivoluzionaria

    (umt) E' forse il caso di offrire qualche spunto di riflessione sul libro dell'anno. Io non condivido la delusione di Silvana Mazzocchi per il mancato contributo al disvelamento dei misteri d'Italia: per la semplice ragione che da tempo sono convinto che le testimonianze dei protagonisti sono inutilizzabili per la ricostruzione minuta degli accadimenti mentre sono preziose per la ricostruzione di scenari, dinamiche di movimento, storia del 'mentale'. E sicuramente le memorie di Stefano Delle Chiaie - che continuo a non aver letto - daranno un ricchissimo contributo.
    Mi sembra che le prime discussioni che ho seguito si stiano fossilizzando sull'Aquila e manchi completamente il ragionamento sul Condor. Fuor di metafora: Delle Chiaie ha praticato quella che dalle mie parti si chiamava il "realismo della politica rivoluzionaria", e oggi chiameremmo più brutalmente cinismo, sporcandosi le mani pur di orientare in senso (nazional)rivoluzionario regimi ultrareazionari. E ovviamente, trattandosi di politica, la sua integrità personale, il suo stile ascetico, l'intransigente dedizione alla causa - che anche molti avversari gli riconoscono - sono quasi del tutto irrilevanti. 
    Una scelta politica, la sua, che era già stata descritta, in termini abbastanza chiari, da Vinciguerra. In "Ergastolo per la libertà" si distinguevano, appunto, le pratiche politiche di Avanguardia in Italia e all'estero: e allora in tanti, io per primo, ci fermammo a guardare il bicchiere mezzo vuoto (la netta affermazione sulla falsità dei rapporti con gli Affari riservati) e non quello mezzo pieno (con la difesa d'ufficio delle collaborazioni con i governi e gli apparati di controinsorgenza spagnolo, argentino, cileno e boliviano).
    La differenza tra regime nemico (la repubblica democratica italiana che ha il suo mito fondativo nella Resistenza e il luogo simbolo in Piazzale Loreto) e regimi anticomunisti che legittima per Vinciguerra questa scelta del doppio binario non serve neanche ad altri, di area ordinovista: Franco Freda, infatti, rivendica esplicitamente, oggi, il lavoro politico, oltre le linee, dei suoi commilitoni Giannettini e Ventura. Toccherà poi, finalmente, cominciare a scrivere qualche pagina seria sull'infinita guerra tra i due principali gruppi della destra extraparlamentare italiana. Ma non è certo materia di una frettolosa nota da blog. 

     

    VE LI RACCONTO IO I MISTERI D'ITALIA...
    Antonio Pannullo per "il Secolo d'Italia"  22 giugno 2012

    Il libro di Stefano Delle Chiaie L'aquila e il condor ha colmato un grosso vuoto nella storia politica italiana. E in particolare in quella dei movimenti alla destra del Msi (diremo "destra" per convenzione, perché sarebbe troppo complicato in questa sede avventurarci nello stabilire se il fascismo sia di sinistra o di destra). Avanguardia Nazionale è stato un gruppo politico che ha agito negli anni Sessanta e Settanta in Italia, e Stefano Delle Chiaie ne fu fondatore, insieme ad altri, e il leader.

    Il volume è uscito per una casa editrice importante, Sperling & Kupfer, nella collana "Le radici del presente" diretta da Luca Telese, che della storia politica recente italiana è un esperto e che ha voluto con forza questa opera. L'autore di "Cuori neri" nella sua postfazione si lamenta un po' perché avrebbe voluto trovare di più nel racconto di Delle Chiaie. In certi anni Delle Chiaie era dipinto dai media come "la Primula nera", l'uomo che sapeva tutto, che era a conoscenza di tutti i misteri - e le stragi d'Italia - Ma forse così non era, come del resto provano le sentenze e gli atti processuali. Non c'era chissà che da trovare.

    Avanguardia Nazionale, dice l'autore, era un gruppo extraparlamentare che faceva un certo tipo di attività politica. Almeno fino al momento in cui non si fece chiara quella che Delle Chiaie chiama una persistente campagna di "intossicazione" contro la runa di Odal, simbolo del movimento, tesa a far credere all'opinione pubblica che il gruppo e lo stesso Delle Chiaie avessero rapporti stretti e pericolosi con ambienti dei nostri servizi segreti. E fu questo che in realtà rovinò Avanguardia, screditata sulla base di costruzioni complesse e, secondo Delle Chiaie, non veritiere da parte del "sistema", come lo chiamavano gli attivisti dell'epoca, che fecero rapidamente scendere Avanguardia nella considerazione che c'era stata sino allora.

    L'operazione del sistema riuscì, pur tra tanti drammatici errori: come dice il grande comunicatore canadese Marshall McLuhan, una menzogna per diventare realtà ha solo bisogno che sia propalata da un certo numero di media per un periodo di tempo sufficientemente lungo. E qualcosa del genere sosteneva anche Karl Marx, a proposito dell'infangare e diffamare l'avversario politico fino a che la bugia non diventi verità.

    E se ne sono visti tanti di questi esempi, e ancora in alcune circostanze si possono osservare, sia in ambito nazionale sia in ambito internazionale, nella distinzione manichea, ormai sistematica, tra "buoni" e "cattivi". Ecco: Avanguardia Nazionale era cattiva, e Delle Chiaie era il capo dei cattivi.

    I meno giovani ricorderanno certamente che in un certo momento storico Delle Chiaie diventò il parafulmine e il capro espiatorio di ogni nefandezza che avveniva in Italia: dietro ogni strage, ogni attentato, ogni bomba, c'erano lui e la sua organizzazione; accusato di tutto e di più, le calunnie erano tanto più credibili in quanto lui era all'estero latitante. Il tempo ha fatto giustizia di tutto, ma sono dovuti passare i decenni: Avanguardia e Delle Chiaie non si macchiarono mai dei delitti atroci a loro ascritti, ma ancora oggi la percezione della gente è diversa.

    L'aquila e il condor ha numerosi meriti. Dà il suo contributo per far luce su episodi oscuri della storia della Repubblica: Piazza Fontana, Bologna, Ustica, piazza della Loggia e altri fatti. Delitti per i quali si è sempre seguita la pista nera e i colpevoli si cercavano in base a teoremi e pentiti, sistema che Delle Chiaie nel libro attacca duramente spiegando perché questi metodi non hanno mai condotto alla conquista della verità. Interessanti per gli addetti ai lavori la storia e la struttura di Avanguardia nazionale, galassia sconosciuta per i più: ma su questo Delle Chiaie non scende in profondità, non fa numeri, non fa cifre, non racconta episodi o strategie, limitandosi a far capire tra le righe che si trattava di un'organizzazione molto efficace, con una gerarchia precisa e con un servizio di autocontrollo interno. Che però non l'ha salvata dall'accusa di contiguità con gli onnipresenti servizi.

    E forse è proprio per questo che Delle Chiaie dopo tanti anni ha rotto il silenzio, consegnando alla storia un libro nel quale si difende da tutte le accuse respingendole al mittente e spiegando che i rapporti con i servizi, sì, ci furono, ma solo nella misura in cui i servizi stessi tentarono a più riprese di infiltrarsi, comprare, depistare, delegittimare il movimento perché considerato troppo eversivo.

    Dalla lettura dell'opera si esce con la convinzione che Delle Chiaie abbia fatto un onesto lavoro di controinformazione, resa molto più credibile dagli altri fatti oscuri avvenuti negli ultimi anni, sempre a spese della destra italiana. Se in quegli anni abbiamo bevuto come acqua la propaganda antifascista ossessivamente messa in onda per decenni dai media, perché oggi non dovremmo leggere la difesa di chi di quegli anni fu protagonista e testimone?

    Nel libro c'è anche un interesse umano sfuggito a molti critici: lo strettissimo rapporto dell'autore con il comandante Junio Valerio Borghese, davanti al quale Augusto Pinochet si mise sull'attenti in colloqui cui partecipò lo stesso Delle Chiaie; il ruolo fondamentale di Avanguardia nella rivolta di Reggio del 1970; la storia terribile, dimenticata in Italia anche perché all'epoca passata in sordina, dell'omicidio, nell'ottobre 1982, di Pierluigi Pagliai, di Avanguardia (colpevole in tutto di renitenza alla leva), al quale in Bolivia i servizi tesero un agguato per poi riportarlo morente in Italia a bordo dell'aereo Alitalia "Giotto".

    In precedenza un piano di eliminazione chiamato "Pall Mall" nei confronti di Delle Chiaie era fallito, ma a Roma vi erano stati alcuni omicidi dalla dinamica mai chiarita, come quello della giovane Laura Rendina, uccisa nel gennaio del 1981 «per errore». I servizi erano in fibrillazione per la strage di Bologna, non ne riuscivano a venire a capo, anche perché la pista degli inquirenti fu subito orientata in una sola parte, mentre numerose altre piste, elencate e spiegate da Delle Chiaie, apparivano - e appaiono ancora - molto più consistenti. Ma tant'è.

    In pieno giorno, nella capitale boliviana, Pagliai venne attirato in una trappola e ferito a morte mentre stava parcheggiando. L'intera operazione è ben descritta da Delle Chiaie e non vogliamo anticipare nulla: vale la pena di leggerla. In seguito, per queste e altre vicende furono condannati uomini dei servizi per depistaggio ma, sottolinea ancora l'autore, non si indagò sul perché e per chi depistarono.

    Dal periodo sudamericano Delle Chiaie trae una riflessione importante soprattutto per i giovani: «...Mi sentii boliviano e capii cosa significasse in concreto che la mia Patria è là dove si combatte per la mia Idea». Il libro si conclude con il ritorno del leader di Avanguardia in Italia, i processi, il carcere, la libertà, il reinserimento. Il 20 febbraio del 1989. Bello anche l'episodio, pochi giorni dopo, dell'incontro con i "vecchi" camerati al "loro" bar, quello storico di piazza Tuscolo, zona dove tanti anni prima un adolescente aveva iniziato la sua avventura politica nella sezione del Msi di via Solunto (sezione? Era praticamente una grotta, racconta l'autore).

    Alla fine del libro Delle Chiaie rende un commosso omaggio a chi con lui condivise il sogno, ambizioso, di «cambiare il mondo». E conclude: «Molti, anche sul fronte opposto, sognarono. Quando siamo stati costretti al risveglio, ci siamo trovati in un deserto di idee e di emozioni. Ma allora non fu più nobile il nostro sogno della realtà che ci sconfisse?». Certo, ma il sogno ha avuto costi esistenziali altissimi per tutta una comunità umana. Solo la storia dirà se veramente ne sia valsa la pena. Era ben prevedibile che il sistema (oggi si direbbe «i poteri forti») si sarebbe difeso.

    LA MALDESTRA INVENZIONE DI UNA TRADIZIONE RIBELLE - IL TENTATIVO DI LEGITTIMARE AVANGUARDIA NAZIONALE COME FORZA ANTISISTEMA IN UNA RISCRITTURA COSTELLATA DI OMISSIONI E INVENZIONI
    Saverio Ferrari per "Il Manifesto"  20 giugno 2012


    Ai più l'autobiografia di Stefano Delle Chiaie L'aquila e il condor. Memorie di un militante politico, Sperling&Kupfer, pp. 341, euro 18,50), ex capo di Avanguardia nazionale, potrebbe interessare davvero poco. Ma la sua uscita è stata accompagnata da un piccolo giallo. Nella recensione pubblicata da «La Repubblica», a cura di Silvana Mazzocchi, si riportava che nella postfazione Delle Chiaie avesse confidato a Luca Telese «che i tempi gli sembravano maturi per ammettere che nella strage del '69 aveva visto la mano degli ordinovisti veneti».

    La smentita dello stesso Delle Chiaie è giunta immediata. In effetti, la frase riportata non risultava nel testo. Alla fine, è stato reso pubblico un comunicato dove è sostenuto che si era solo trattato di «un disguido della casa editrice». Difficile non credere che quell'affermazione, per altro virgolettata, fosse, invece, stata registrata in uno dei colloqui preparatori del libro.

    TRA MASSONI E SERVIZI SEGRETI
    Nell'autobiografia in questione, comunque, delle Chiaie non esita a puntare il dito contro «Ordine nuovo», per i rapporti con i servizi segreti, e apertamente contro Guido Giannettini (l'agente Zeta del Sid) per aver partecipato il 18 aprile 1969 alla famosa riunione di Padova promossa da Franco Freda e Giovanni Ventura, in preparazione della successiva escalation di attentati (certamente quelli sui treni di agosto, come confessato da alcuni degli stessi autori). Giannettini, sostiene Delle Chiaie, fu per questa stessa ragione successivamente protetto dai vertici del Sid.

    In realtà l'ex capo di Avanguardia nazionale, già in una precedente intervista rilasciata (e mai smentita) all'ex missino e giornalista parlamentare Nicola Rao, comparsa nel 2008 tra le pagine de Il sangue e la celtica, aveva dichiarato che fu un errore «non essere intervenuti fisicamente su certe persone coinvolte in quei fatti». Persone che evidentemente conosceva. Colse anche l'occasione di precisare che disistimava «il Signor Facchini», uno dei massimi dirigenti di «Ordine nuovo». Guarda caso.

    Per il resto l'autobiografia è una sequela di omissioni e fatti ricostruiti al limite della pura invenzione, per accreditare l'insostenibile, cioè la coerenza «rivoluzionaria» di Stefano Delle Chiaie. Impossibile, infatti, non vedere come la sua storia e quella di Avanguardia nazionale si siano intrecciate con tutte le possibili strutture di potere, in particolare quelle militari, non solo in questo Paese.

    Dai suoi stessi racconti emergono i tratti di una ben strana organizzazione, in cui il primo presidente, Sergio Pace, se la faceva con una loggia massonica, mentre un altro dirigente, Peppe Coltellacci, legatosi ai servizi segreti, pensava di proporre nell'estate del 1964, all'ombra del golpe del generale De Lorenzo, il sequestro di Aldo Moro. Il tutto consolidando rapporti strettissimi all'interno delle forze armate e con il principe golpista Junio Valerio Borghese, uomo di fiducia degli Stati Uniti (come ampiamente comprovato dalle carte del Dipartimento di stato americano), qui presentato alla stregua di un «rivoluzionario» teso nientemeno che al «ribaltamento dello Stato borghese» (con il contributo della P2).

    Decisamente surreale. Senza parlare dell'amicizia con Guérin Sérac, capo dell'Aginter Presse, una sorta di agenzia per i «lavori sporchi» collegata alla Cia, che peraltro finanziò lo stesso Delle Chiaie con un assegno di mille dollari, come accertato dalla magistratura. Anche la provocazione, compiuta nel 1965, con l'affissione da parte di Avanguardia nazionale di manifesti filocinesi inneggianti a Stalin, stampati a cura dell'Ufficio affari riservati (un episodio poco conosciuto preparatorio della strategia della tensione), nelle pagine del libro viene ridotta a una mossa per «ampliare le fasce extraparlamentari contro la partitocrazia».

    Così dicasi delle operazioni di infiltrazione a sinistra, come quelle di Piero Loredan in Veneto o Mario Merlino a Roma, assunte alla stregua di genuine conversioni (strano che Merlino militi ancora nell'area neofascista). Idem per i diversi incontri, a fini sempre «rivoluzionari», con agenti dei servizi segreti italiani. Alla faccia di Ordine nuovo.

    CON I GORILLA SUDAMERICANI
    Stefano Delle Chiaie e i suoi uomini operarono anche all'estero, prima in Spagna protetti dal regime franchista, poi in Sudamerica, al servizio di Pinochet, la cui sollevazione militare nel 1973 secondo il capo di Avanguardia nazionale fu addirittura «osteggiata dagli Stati Uniti» (povero Kissinger), poi in Costa Rica, in Argentina e in Bolivia.

    In Cile, quelli di Avanguardia nazionale furono reclutati dalla Dina, il servizio segreto, nella sezione incaricata di eliminare gli oppositori rifugiatisi all'estero, come Bernardo Leighton (l'ex-vice presidente del Cile) e sua moglie, a Roma il 6 ottobre 1975 (rimasero entrambi gravemente feriti) di cui delle Chiaie non dice nulla, dimenticando quanto confessato da Michael Townley, un cileno-americano agente della Dina, che ammise il suo ruolo di intermediario proprio con i neofascisti di Avanguardia nazionale, spostandosi a Roma nel luglio del 1975 per preparare l'attentato a Bernardo Leighton. Dichiarazioni giunte anni dopo, purtroppo, il processo, tenutosi a Roma nel 1987, in cui Delle Chiaie e Pierluigi Concutelli furono assolti per insufficienza di prove.

    In Bolivia delle Chiaie partecipò, invece, nel luglio 1980 al cosiddetto «golpe della cocaina», portando al potere Luis Garcia Meza Tejada, con l'aiuto di neonazisti di vari paesi (tra loro anche il criminale di guerra Klaus Barbie) e dei gruppi paramilitari conosciuti come Los novios de la muerte (I fidanzati della morte), che si occuparono di eliminare i piccoli narcotrafficanti per poter giungere al controllo totale del mercato. Curiosa anche qui la lettura che ne viene data: «una rivoluzione contro la finanza internazionale».

    Innumerevoli, infine, in tutto il libro le manipolazioni della verità. Solo per citarne alcune: lo studente socialista Paolo Rossi non morì affatto all'Università di Roma nel 1966, come scritto, «spintonato dalla calca di studenti, tutti di sinistra» ma perché aggredito da numerosi fascisti che lo fecero precipitare giù da un muretto, come immortalato da diverse fotografie; il viaggio in Grecia di una cinquantina di dirigenti delle principali organizzazioni neofasciste italiane, nell'aprile del 1968, nel primo anniversario del golpe, non fu «una scampagnata», dato che alloggiarono per una settimana in una caserma dal colonnello Stylianos Pattakos;

    Claudia Ajello non era iscritta al Pci, ma infiltrata dal Sid (fatto emerso nel 1985 nell'istruttoria bis riguardo la strage dell'Italicus), non per carpire nei circoli greci «notizie sui latitanti neri», ma per l'esatto contrario, dato che al potere c'erano ancora i colonnelli e che la colonia degli studenti greci era composta di dissidenti del regime; in Spagna a Montejurra, il 9 maggio 1976, non «esplose» all'improvviso «uno scontro fisico e militare» con i carlisti di Carlos Hugo, ma si trattò di un agguato premeditato a colpi di pistola nei loro confronti. Anche qui numerose fotografie a ritrarre la scena, con in primo piano proprio Stefano Delle Chiae insieme ad Augusto Cauchi, Piero Carmassi, Mario Ricci, Giuseppe Calzona e Carlo Cicuttini.

    UN PICCOLO GRUPPO DI SQUADRISTI
    Delle Chiaie, con i suoi 76 anni, insieme a Pino Rauti, ormai uno dei grandi «vecchi» del neofascismo italiano, cerca, infine, di farci credere che in Italia, nel contesto del «regime consociativo Dc-Pci», che secondo lui controllava tutti gli apparati statali e di polizia, la strategia della tensione non sia stata altro che una perfida macchinazione dei comunisti e che l'unica alternativa al sistema fosse stata in quegli anni rappresentata solo da Avanguardia nazionale. Una contro-storia, forse da tramandare alle nuove leve. Ma i fatti hanno solo detto di un piccolissimo gruppo di squadristi fascisti, buoni per tutte le stagioni, con la fissa del colpo di Stato, al servizio, nel nostro Paese e all'estero, di tutti i peggiori progetti reazionari.


    L'Impresa Online - 15 giugno 2012

    Delle Chiaie: "Potrei dire molto di più”
    Esce l'autobiografia di Stefano Delle Chiaie, un signore oggi di settantasei anni residente a Roma, una delle figure chiave del neofascismo italiano. Delle Chiaie si racconta dopo che per anni si è negato alle interviste (indimenticabile però quella con Enzo Biagi). A lui rivolgiamo qualche domanda.
    A cura di Giovanna Guercilena  |  15 giugno 2012

    "Avrei potuto raccontare molto di più, è vero, ma mi sono limitato a chiarire la posizione di Avanguardia Nazionale rispetto allo stragismo e alle connessioni con gli apparati dello Stato. Ho respinto la tentazione di riferire episodi appresi da terzi e non ho voluto scadere rispondendo al pettegolezzo" Risponde così Stefano Delle Chiaie quando gli obiettiamo che leggendo il suo libro autobiografico appena pubblicato (L'Aquila e il Condor, Stefano Delle Chiaie con Massimiliano Griner e Umberto Berlenghini, Sperling & Kupfer, 18,50 euro), si chiude l'ultima pagina con la sensazione che non tutto sia stato detto. Nonostante i tanti episodi raccontati con precisione e persino amore del dettaglio, a partire dagli anni dell'infanzia e degli esordi in politica e via via attraversando i fatti d'Italia: il generale De Lorenzo e il (forse) progettato golpe, l'invito pressante ricevuto dall'ex repubblichino Peppe Coltellacci affinché Aldo Moro venisse rapito con ben quattordici anni d'anticipo rispetto al rapimento effettivamente operato dalle Brigate Rosse, la strage di piazza Fontana a Milano e quella alla stazione di Bologna, il golpe Borghese del 1970. Sino ai diciassette anni di latitanza, nella Spagna franchista, poi in Cile, Portogallo, Bolivia, Angola. Dopo essere stato assolto o prosciolto da tutte le imputazioni, Delle Chiaie si prende la libertà di rilanciare: "Che cosa si voleva che dicessi – domanda – per soddisfare chi, prevenuto, si aspettava risposte a conferma della propria prevenzione?".

    Signor Delle Chiaie, perche' ha voluto scrivere il libro?

    Questo libro lo dovevo ai militanti di Avanguardia Nazionale che per anni sono stati bersagliati da accuse infami da parte di pseudo ricostruttori storici e di giornalisti avvelenati dall'odio ideologico. Ognuno di loro, senza conoscere i fatti, ha ripetuto menzogne già scritte aggiungendo, per meglio colorire i loro pezzi, un po' della loro fantasia. Potevo scriverlo prima? Certamente, ma questo mi è sembrato il momento più favorevole per storicizzare un periodo che, se raccontato prima, avrebbe potuto assumere il sapore di una difesa dalle accuse giudiziarie che ci venivano rivolte. Oggi, dopo le mie assoluzioni e la circostanza che alcuni dei fatti imputati al mio movimento (Avanguardia Nazionale, ndr) appaiono in parte disvelati, credo che il mio racconto possa essere accolto con maggiore obiettività. .Non una difesa, quindi, del mio operato, ma un ripercorrere con trasparenza e coerenza la mia militanza e quella di tanti che con me inseguirono il sogno di una alternativa.

    All'inizio del libro lei parla di "canea democratica". Cosa vuole intendere?

    Per canea democratica intendo quell'accozzaglia partitocratica che, in nome di uno strumentale antifascismo, ha falsificato la storia e ha fatto carte false – letteralmente - per accusare Avanguardia Nazionale di delitti infamanti . Mi riferisco a quello schieramento di partiti tornati dall'ottocento al seguito dei carri anglo-americani. Non ho mai nutrito particolare avversità per quanti furono sempre antifascisti. Per costume, rispetto la coerenza ovunque questa si manifesti. Ma non riesco, ancora oggi, a tollerare chi cambia casacca nel momento del pericolo oppure per convenienza. Non di rado molti dei personaggi di quei partiti erano stati fedeli servitori del regime fascista. E la canea democratica fu composta in maggioranza proprio da questi ultimi.

    Nel libro lei racconta tantissimi episodi, eppure la sensazione è che avrebbe potuto raccontare molto di più. E' una sensazione corretta? Se lo è, perché non dice tutto quello che potrebbe?

    La sensazione e' corretta. Avrei potuto raccontare molto di più, ma non e' semplice riassumere in un libro diciassette anni di latitanza densi di vicende vissute. Mi sono limitato a chiarire la posizione di Avanguardia nazionale rispetto allo stragismo e alle connessioni con gli apparati dello Stato. E a raccontare quegli episodi che hanno avuto un significato importante nella mia lotta ed in quella dei militanti di Avanguardia nazionale. Ho respinto la tentazione di riferire episodi appresi da terzi o che fanno parte di storie che non riguardano altri se non chi li ha vissuti. Così come, per non pormi al livello dei detrattori in mala fede, non ho voluto scadere nel rispondere al pettegolezzo, cosa che non mi sarebbe stato difficile fare. Una riflessione, però si impone: che cosa si voleva che dicessi per soddisfare chi, prevenuto, si aspettava risposte che confermassero la sua prevenzione?

    Come si e' sostenuto economicamente nella sua vita e come si sostiene oggi?

    Chi mi conosce sa che ho sempre vissuto con lo stretto necessario per provvedere ai miei bisogni primari. Non ho mai perseguito il benessere economico. Nella latitanza ho avuto l'aiuto dei miei camerati, non soltanto italiani. Con il loro sostegno ho dato vita ad attività che hanno permesso di sopravvivere non soltanto al sottoscritto. Nel 1987, quando sono rientrato in Italia, il mio capitale era 1790 Bolivares, la moneta venezuelana. Uscito dal carcere, sempre i miei camerati mi hanno fornito i mezzi per avviare nuove iniziative economiche, che però hanno dati risultati scarsi, a causa della mia incapacità mercantilistica. Una cosa è certa: a tutt'oggi non posseggo beni né al sole né all'ombra. Posso dire di essere orgogliosamente un nullatenente.

    (Giovanna Guercilena)

     


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