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    Morti sul lavoro

    di Marina Chantal Rajani on Aprile 28,2008

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    Le notizie più inquietanti di questi tempi: morti sul lavoro .

    Non si deve accettare che in un mondo in cui la tecnologia progredisce a serrati ritmi e pertanto può assicurare controllo e sicurezza nelle attività produttive, che le morti di sul lavoro siano in continuo, tragico aumento nel nostro Paese.

    Non c’è nessuna logica in tutto ciò. Eppure dei motivi ci sono dietro a questa ecatombe, dietro a questo quotidiano stillicidio di notizie ferali. I motivi li intravedo in ambiti che non sono tecnici ma politico –filosofici e organizzativi: l’indifferenza generalizzata per il valore della vita umana e l’inefficienza delle strutture statali di controllo.

    L’Italia degli anni 20, prima con la Legge 563 del 3/04/26 ed, in seguito, con la Carta del Lavoro (1927) introdusse delle novità rivoluzionarie nei rapporti tra datori di lavoro e prestatori d’opera : la nascita della Magistratura del Lavoro, il diritto alla ferie, contratti collettivi, indennità di liquidazione, disciplina delle casse mutue e delle assicurazioni sugli infortuni.

    Molte di queste novità rimangono, tutt’ora, insuperate.

    Inoltre, a partire da quegli anni, il “Circolo di Ispezione del Lavoro”(organo dipendente dal Ministero del Lavoro) setacciava il territorio  con i suoi ispettori e verificava che fossero effettivamente osservate le regole di prevenzione ed assicurazione  contro gli infortuni.
    Venivano controllati assiduamente gli opifici ed i macchinari ed i mezzi di protezione degli stessi., nello spirito di collaborazione e garanzia sia per i lavoratori che per i datori di lavoro cui era riconosciuto lo scopo comune.

    Oggi l’Italia è maglia nera per gli incidenti sul lavoro nell’Unione Europea, nonostante  i molti politici che sbandierano assistenza alla classe lavoratrice ed i sindacati che non sono in grado di garantire ambienti di lavoro sicuri ma sovente partoriscono solo demagogia supponente.

    L’Italia ha bisogno che l’argomento lavoro entri con forza nel dibattito istituzionale, cercando strade  interrotte e offuscate dalla “storia nascosta”. Si deve poter ripartire da ogni cosa che sia buona per il nostro Paese e senza paraocchi ideologici, si può riportare nel dibattito anche la socializzazione e la sua applicazione attualizzata nella società contemporanea.

    Auspico una società  in cui il lavoro, imprenditoriale, artigiano ed operaio sia posto al centro delle preoccupazioni della Nazione, per evitare questa ecatombe continua e per garantire al lavoro la considerazione che merita non come mero prodotto economico ma come stato di civiltà di un popolo.


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