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    Proposte e soluzioni

    di redazione Puntozenith on Aprile 01,2007

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    INFRASTRUTTURE.
    Le iniziative nel campo delle Infrastrutture non devono procedere alla cieca, ma essere propedeutiche e finalizzate ad un piano organico totale. Crediamo in particolare che il rilancio delle ferrovie e dei porti possa specificatamente accompagnare ed assistere, accordandosi con esso, il diverso modello di sviluppo che ipotizziamo per il Paese.


    INDUSTRIA.
    L’attuale struttura del tessuto produttivo nazionale risulta arretrata ed inquinante. Il sistema delle imprese private nazionali appare incapace di dotare l’economia nazionale di tecnologie e di produzioni strategiche.

    Senza snaturarne alcune valenze e vocazioni, tenendo conto della distribuzione territorlale e delle peculiarità, occorre realizzare, operando nei campi che garantiscono il futuro (formazione, ricerca, irinovazione), una efficace politica industriale privilegiando i settori strategici e ad alta valenza tecnologica (elettronica ed informatica, telecomunicazioni).

    Favorire quindi uno sviluppo che anticipi quello preminente. SI all’industria elettronica sottraendo la ricerca all’egemonia degli usi militari. SI all’industria pulita, alla cantieristica, all’itticultura, alla trasformazione alimentare e tessile.
    Va inoltre operata una riconversione delle industrie in crisi verso i settori strategici.

    ENERGIA
    .
    Ai fini della qualità, dell’indipendenza e della competitività del sistema produttivo e dello sviluppo economico complessivo del Paese, lo sviluppo energetico riveste un ruolo decisivo.

    Gli approvvigionamenti petroliferi ed energetici italiani sono tra i più vulnerabili. La nostra dipendenza dall’estero si mantiene invariata da decenni intorno all’8O% del fabbisogno complessivo di energia e, secondo le previsioni, dovrebbe crescere nel prossimo decennio ad uria media annua del 2%.

    Non per questo i governi che si sono avvicendati alla guida del nostro Paese sono stati capaci di mettere a punto una politica energetica di lungo periodo.
    Accanto all’obiettivo prioritario del risparmio, perseguibile in tempi ragionevolmente brevi e dell’educazione al risparmio energetico,occorre perseguire innanzitutto la sicurezza degli approvvigionamenti petroliferi.

    E pur nella preliminare enunciazione del principio irrinunciabile della compatibilità tra sviluppo della produzione energetica e tutela dell’ambiente e della salute dell’uomo, occorre farsi carico con tempestività e coraggio di questo problema. E’ soprattutto nel settore energetico che occorre dare linfa propulsiva alla ricerca ed all’innovazione tecnologica, partecipando tra l’altro a tutte le iniziative internazionali in materia.

    AREE URBANE
    La città e la qualità della vita in città costituiscono per noi oggi una delle questioni più rilevanti e sensibili della questione ambientale.

    Le culture liberal-democratiche, portatrici di priorità individualistiche rispetto alle esigenze della comunità, hanno in generale, dal dopoguerra ad oggi, spazzato via in ogni settore del vivere sociale il sistema di norme regolatrici del rapporti tra sfera pubblica e sfera privata. Ciò non soltanto è riscontrabile anche in campo urbanistico, ma ha prodotto effetti devastanti evidenziati da tutti. D’altro canto, il destino delle grandi realtà urbane non può non seguire e riassumere in maniera emblematica le linee più complessive dello sviluppo sociale.

    I risultati sono sotto i nostri occhi, moltiplicati ed amplificati dagli effetti della societá dello spettacolo e della comunicazione: la crisi irreversibile della città, cuore della civiltà europea, tra invivibilità e degrado. Un circolo vizioso e caotico in cui coesistono inquinamento ambientale ed acustico, trasformazione dei luoghi di scambio in immensi agglomerati di auto, congestione, traffico, tempi abnormi per i trasferimenti, degrado delle periferie, ingovernabilità del territorio, inefficienza dei servizi. Le nostre città, in assenza di programmazione, si dilatano per anelli concentrici.


    Sul piano sociale, data la carenza di adeguate e dignitose strutture urbane, la concomitante presenza di cospicui flussi migratori, non solo non anticipa per il domani la tanto decantata integrazione delle culture, ma profila la riproposizione e l’esaltazione di forme diffuse di emarginazione e di disagio. Così che la violenza può sempre allignare sulle condizioni strutturali delle nostre città, sulla carenza del servizi urbani, sulle incapacità gestionali. Violenza che non si risolve soltanto contro il presunto o il reale diverso (leggi: extracomunitario), ma si indirizza di volta in volta e secondo occasionali conflittualità quotidiane.

    La solidarietà invocata, legittima sul piano astratto della moralitá, si scontra con l’invivibilità divenuta ormai strutturale e che impone una sorta di guerra di tutti contro tutti (dal mezzo pubblico sovraffollato, allo scarico dei terrazzi sul piano sottostante; dalle pareti troppo sottili che trasmettono rumori assordanti ed ansie, alla sosta selvaggia e prepotente; aree periferiche della città ridotte a collettivo dormitorio privo di infrastrutture e di adeguati mezzi di collegamento con il cuore pulsante della città).

    Questo processo di crisi della città è andato accelerandosi grazie al graduale appannarsi e ritrarsi della presenza dell’iniziativa pubblica, sia in conseguenza della crisi dello Stato sociale sia per gli effetti della ristrutturazione capitalistica degli anni ‘70, a cui si è aggiunta, contribuendo in misura rilevante, la perdita di credibilità della dirigenza politica evidenziatasi negli anni di tangentopoli.

    Le modalità con cui questo processo si è svolto sono note: la progressiva ed inarrestabile disapplicazione pratica dei sistemi normativi si è accompagnata alla sfiducia ed al discredito (portato anche nelle sedi culturali e scientifiche) verso lo strumento della pianificazione urbanistica e la demolizione dell’impianto legislativo si è concretizzato nel succedersi dei condoni. Da ultimo, come nella giustizia, l’istituzionalizzazione delle deroghe e dell’eccezionalità cha finito per soppiantare il sistema delle regole universalmente valide e certe nel tempo.


    Ma alla rinuncia da parte delle istituzioni a definire le direttrici e i modi della crescita urbana, non è seguito il nulla: l’iniziativa privata ha scalzato le pubbliche amministrazioni nell’opera di trasformazione delle realtà urbane. La dissoluzione del piano, lo scardinamento dell’urbanistica, l’assenza del poteri pubblici, si sono risolte sostanzialmente in corsie preferenziali per le iniziative speculative dei grandi gruppi economici e finanziari. Questi gruppi hanno cosi potuto piegare la città ai propri progetti, che non sono oggi unicamente legati ai pur cospicui interessi fondiari di ieri che devastarono il territorio, ma a più sofisticati interessi tecnologici.

    E’ assolutamente inaccettabile che le grandi imprese dirigano in prima persona lo sviluppo delle città che, non dimentichiamolo, sono, prima che realtà architettoniche, realtà umane e sociali.
    Il ruolo delle grandi societá in campo urbanistico si assimila ogni giorno di più ad un vero e proprio ciclo di pianificazione alternativo a quello statuale.

    Valga l’esempio del settore delle aree ferroviarie urbane dismesse e non. In questi ambiti le grandi società guidano il processo, puntando ad una valorizzazione attraverso l’edificazione selvaggia e quindi ponendosi lontane da una qualsiasi cultura del ‘vuoto”. Sotto questo profilo la legislazione speciale e di emergenza, un'emergenza, come nella giustizia, amatamente fatta crescere ed esplodere, si profila come lo strumento d’elezione. Strumento che non persegue quasi mai obiettivi di qualità urbana. Le dotazioni infrastrutturali non sono quasi mai raccordate alla necessità di ricondurre la città alla programmazione, ma inseguono, sull’onda dell’esplosione dell’emergenza, la crescita dei bisogni privati. Vengono realizzati così veri e propri insediamenti provvisori ed occasionali per un ambiente urbano malato, frenato e reso invivibile dal traffico, che in breve diviene nuovamente saturato dall’espandersi del privato incentivato.

    Che cosa fare allora? Occorre superare l’improvvisazione tecnica e l’inefficienza amministrativa, sconfiggere il gioco delle lobbie economiche e le resistenze degli apparati burocratici ed amministrativi. Sappiamo che un grande limite è anche costituito dalla diminuita sensibilità e dalla caduta verticale della capacità progettuale.

    Pertanto occorre ripartire dalle cose più elementari: ristabilire innanzitutto la legalità con un diritto certo e semplice, riaffermare la preminenza dell’interesse pubblico su quello privato, liberare la gestione della città dai ceti politici corrotti e parassitari, mediocri ed incapaci.

    Gli obiettivi possono a questo punto essere delineati: ripensare i luoghi della città in funzione dell’uomo e non delle autovetture, migliorarne la qualità, restituire spazi al sociale. Ritornare ad una categoria oggi obsoleta ma capace di ridare dignitá al tessuto urbano e cioè il monumento. Privilegiare i piccoli ma diffusi interventi di riqualificazione e di ricucitura della trama urbana. Ma soprattutto va avviato un reale decentramento funzionale di tutti i servizi, secondo il principio di autonomia e di sussidiarietà, e di tutte le attività produttive che assestino le aree metropolitane su una strutturazione realmente policentrica.
    Nell’ambito poi di una politica di gestione della mobilità urbana, nella riaffermazione della preminenza del mezzo pubblico rispetto a quello privato, va ridisegnato un sistema integrato di trasporto. On sistema da imperniarsi su corsie riservate, continue e protette, per i mezzi pubblici, una disciplina dei semafori in funzione del numero dei viaggiatori, un potenziamento del trasporto su rotaia e delle reti tramviarie protette.

    Per quanto riguarda la sosta, va perseguito il riadattamento degli spazi prescritti a parcheggio in tutti gli edifici.
    Occorre, infine, per alleggerire la tensione abitativa, prevedere un inasprimento fiscale sulle case tenute sfitte.


    SMALTIMENTO E RICICLAGGIO DEI RIFIUTI

    Alle questioni urbanistiche si collega il problema dello smaltimento e del riciclaggio dei rifiuti, un affare colossale per i gruppi mafiosi che imperversano nel Paese. Le linee guida individuabili devono far quindi perno innanzitutto sulla riduzione a monte dei rifiuti, sulla raccolta differenziata, sulla cernita, sul riciclaggio e la trasformazione.

    Ci sono spazi inesplorati di ricerca in questo campo che vanno dalle biotecnologie all’utilizzazione termica, energetica ed agraria dei rifiuti, da approfondire ed incentivare.

    I costi di smaltimento non devono ricadere sulla collettività e va rispettato il principio che la salute e la vita umana non possono essere quantificati da un punto di vista economico e fatti soggiacere alle esigenze del profitto. La raccolta va quindi organizzata per quartieri e piccole unità attraverso centri zonali, con il coinvolgimento, attraverso stimoli economici, dei cittadini. Va poi studiata, sempre a livello zonale, un’eventuale riutilizzazione termica o energetica.


    SISTEMA AGROALIMENTARE
    L’approccio al sistema agroalimentare (l’agricoltura, l’industria alimentare, la commercializzazione e distribuzione del prodotti e l’indotto) non può dimenticare che non si tratta unicamente di una funzione economico-produttiva, per quanto rilevante in termini di reddito prodotto e di occupazione. Siamo piuttosto di fronte ad una realtà culturale che va tutelata in tutta la sua ricchezza secolare di valori e di tradizioni. Solamente sotto questa luce può nascere e consolidarsi la più efficace delle possibili difese dell’ambiente, del territorio, della salute. L’impiego massiccio- del mezzi tecnici del diserbanti, dei fertilizzanti, del fitofarmaci e la concentrazione degli allevamenti zootecnici ha determinato in diverse aree intensive gravissimi problemi ambientali. Mentre in altre regioni, specie meridionali, l’abbandono del territorio agricolo ha causato fenomeni di erosione e di deterioramento altrettanto grave delle risorse naturali.

    Occorre allora insistere sull’informazione e la formazione dell’agricoltore, nella consapevolezza che l’aumento del reddito agricolo deve passare, più che attraverso l’adozione indiscriminata dei mezzi, attraverso lo sviluppo della cooperazione e dell’associazione nella distribuzione e commercializzazione dei prodotti.

    Certo, siamo purtroppo ancora lontani dal realizzare una sinergia tra produzione agricola, trasformazione industriale e commercializzazione del prodotti. Soprattutto nel campo della trasformazione del prodotti, esiste infatti un rilevante deficit di innovazione ed un ritardo accentuato rispetto all’estero.

     


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