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    L'ambiente

    di redazione Puntozenith on Marzo 31,2007

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    La terra è la dimora dell’uomo. Dimora nella quale l’uomo deve, da un lato, definire lo spazio più idoneo per crescere e, dall’altro, difendere lo spazio stesso affinché l’usura ambientale non ne corroda l’abitabilità.

    Si stabilisce cosi un delicatissimo rapporto tra l’uomo, la natura e l’ambiente circostante, in cui l’uomo non può però semplicemente limitarsi ad una loro difesa o ad un loro sfruttamento, oggi meno che mai. Deve invece impegnarsi anche a ricreare la natura che egli stesso ha oltre misura distrutto, in una sorta di missione talmente grande da non poter essere compresa nel limitato orizzonte del pur ampio dominio dei valori mercantili e della tecnologia.

    Tutti siamo perfettamente coscienti del fatto che il mondo attuale ha smarrito l’idea della natura e del rapporto che con questa l’uomo dovrebbe invece sviluppare: un’idea integrale, capace di superare ogni idea di separazione, non solo tra natura e uomo, economia e natura, ma anche tra uomo ed animali, tra uomo e mondo vegetale ed ancora di più tra passato, presente e futuro.

    Natura ed economia non dovrebbero essere considerate entità distinte, bensì compenetrate in un’unità in cui è presente la storia radicata di spazi di volta in volta determinati.

    Una unità che invece è stata messa in discussione e dilaniata dal capitalismo e dal liberalismo, che si limitano ad operare in un presente inteso esclusivamente come orizzonte di accelerazione della tecnica e delle trasformazioni, anche antropologiche.

    Il capitalismo, in effetti, riesce a vedere nella natura esclusivamente i valori dell’utile mercantile che si possono conseguire attraverso la tecnica e dà così luogo ad una vera e propria dittatura del mercato: l’omologazione universale ai valori dell’ideologia egoistica ed utilitaristica.

    E’ questa non è altro che l’espressione più folle di una economia che, in nome della produzione e di una supposta ricchezza inesauribile della Terra, sta imponendo modelli e metodi artificiosi rispetto a quanto invece la natura ha sempre fornito nell’ambito rigoroso dei propri ritmi. Dopo aver sostituito la concimazione chimica a quella naturale e le macchine agli animali, l’ingegneria genetica sta ora cercando di liberare dall’obbedienza ogni ciclo naturale.

    Al di là del vantaggi economici che vengono propagandati, non possiamo non renderci conto che il capitalismo, oltre ai suoi risultati di massimizzazione delle rese, che si risolvono in uno squilibrante surplus di risorse destinate solo ai Paesi più ricchi, sta in realtà sacrificando progressivamente la delicata fertilità della Terra ai propri obiettivi, senza offrire in alternativa alcuna garanzia di ricostituzione di quanto distrutto.

    La tanto decantata programmazione capitalistica della monocoltura, infatti, non solo si è rivelata, sia in Europa che nel Terzo Mondo, un metodo valido per arricchire solo una parte del Pianeta, ma si e andata altresì concretizzando in un più universale smarrimento dell’idea di fertilità della Terra, dando peraltro ampia dimostrazione che il progresso non può assolutamente consistere nel miglioramento delle condizioni di vita solo di alcuni individui.

    Sappiamo bene difatti che, all’aumento del reddito medio agricolo di poche determinate aree geografiche, ha corrisposto l’impoverimento e l’inquinamento della Terra, l’indebolimento delle piante, la scomparsa di diverse specie di animali e vegetali, la perdita del sapori del cibi, il cattivo nutrimento degli uomini e degli animali e quindi la malattia e la morte.

    La desertificazione, l’impoverimento, l’inquinamento e l’abbrutimento della Terra, con tutti i fenomeni conseguenti (piogge acide, deterioramento delle falde freatiche, deforestazione), sono infatti da qualche anno a questa parte sotto i nostri occhi.


    Non solo, ma i mutamenti socioeconomici, determinati dai modelli di tipo mercantile e capitalistico, hanno prodotto anche rilevanti modificazioni antropologiche, cioè l’uomo è stato messo in discussione nella sua interezza, lasciando spazio all’imposizione del nefasti valori alternativi. Il contadino si è man mano trasformato nell’unica “nuova” figura economicamente e socialmente “appetibile”, l’operaio o l’imprenditore, allorché ha cominciato ad usare nel suo “nuovo” linguaggio un solo “essenziale” credo: il calcolo e il tornaconto mercantile.

    L’agricoltura, intesa soprattutto come modo di vita, come cultura, è stata progressivamente spazzata via.
    E’ cessata la produzione familiare e le forme peculiari di redistribuzione del mondo contadino.
    Eventi questi tra l’altro ancor più gravidi di dannose conseguenze future, tali cioè da soverchiare di gran lunga i guadagni presenti di chi agisce a scapito della nature, secondo i criteri della massima redditività e dell’egoismo umano che il mondo borghese ha codificato, in nome dei propri interessi, in potenti rapporti sociali ed economici: la natura, ormai alienata a merce fittizia, é divenuta, nelle mani di questa politica economica totalizzante, fausticamente riproducibile come le merci industriali.

    A salvaguardia, manca una visione prospettica dell’individualismo economico, capace di farsi carico di questo problema. Anzi, l’ordinamento giuridico liberale “postula” lo sfruttamento illimitato dell’ambiente.

    Se noi infatti assumiamo l’ordinamento giuridico attuale come una formalizzazione dei rapporti sociali di un sistema di produzione capitalistico, possiamo facilmente osservare come anche la relativa normativa ambientale sia stata pienamente sussunta nell’ottica della valorizzazione del capitale e come quindi non possa assolutamente essere scambiata per qualcosa che non è, cioè un fatto ontologico e culturale, dal momento che le sue finalità sono sicuramente altre. Prima fra tutte la possibilità del perpetuarsi dell’estrazione di plusvalore dal sociale.
    In altre parole, detta normativa sull’ambiente, limitandosi, in sostanza, unicamente a prendere atto formale che i’ambiente è stato devastato, legittima di fatto la tendenza a sempre nuove vie di sfruttamento dell’ambiente, in attesa di nuove norme correttive.

    In questo preoccupante quadra socio-ambientale, occorre nondimeno fare attenzione a che certi movimenti ecologisti, contraddicendosi nei loro intenti, non finiscano poi per trasformarsi in un deleterio supporto di alcuni modelli di sviluppo, come quelli prospettati dalla globalizzazione, che considera l’ecologia uno strumento di supporto all’espansionismo economico, con l’unica preoccupazione del controllo del mercato. Una visione planetaria che si fonda su valori utilitari e su un’esperienza del vivere diversa da quella cui aspiriamo.

    L’ecologia, infatti, non può limitarsi ad essere gestione dell’ambiente che concili produttività e preoccupazione ecologica, ma deve invece investire le basi e le prospettive del sistema di produzione e di consumo. Non può quindi porsi all’interno di un sistema di produzione e di consumo che è la causa essenziale dei danni ai quali poi tenta di porre rimedio.
    D’altra parte, se non si possiedono una politica ed una cultura giuridica dell’ambiente radicati in una visione diversa, è naturale che si finisca per rincorrere i problemi alla giornata.

    Se pensiamo la Terra e l’uomo come indissolubilmente uniti, se superiamo ogni idea di separazione, allora possiamo comprendere che questa Terra non va giocata per gli interessi del momento, temporanea cave, ma va intesa come continuità di generazioni, di quelle che ci hanno preceduto e di quelle che ci succederanno. Una Terra ave peraltro il nostro potere di uomini di oggi non deve mai arrogarsi decisioni guidate dall’unico principio della massimizzazione di un profitto e di un egoismo miope.

    Il problema è più in generale quello di uno sviluppo qualitativo, in cui l’uomo sia sempre soggetto e non strumento del risultato economico.

    In particolare, non si deve far prevalere la redditività a breve termine rispetto ai costi necessari al ripristino e alla ricostituzione delle condizioni non mercantili di produzione. Qualsiasi progresso, infatti, di per se stesso non è né positivo né negativo, può essere l’uno a l’altro, a seconda di come si pane rispetto all’uomo.
    In questa ottica, la difesa della qualità della vita deve essere il momento essenziale di sfida di qualsiasi diverso modello di sviluppo.

    A nostro avviso, esistono già concrete possibilità di determinare modelli di sviluppo alternativo a quello imperniato sull’attuale sistema, partendo dal Meridione.
    Uno sviluppo in grado di condizionare l’utilitarismo settoriale alla qualità della vita. Un modello che, attento alle specificità che ogni area propone e capace di liberarsi da quei gruppi che, a proprio vantaggio, piegano le esigenze comunitarie, divenga nazionale e riferimento per altre aree depresse e abbandonate.

    A livello generale, nel settore ambientale va affrontata innanzitutto una ridefinizione del quadro normativo attualmente insufficiente ed arretrato, soprattutto nel campo dell’inquinamento atmosferico e delle acque, dove gli indici sono ancora troppo bassi; dell’inquinamento del suolo; della gestione dei rifiuti e della difesa del litorale. Un quadro normativo e fiscale attualmente farraginoso e largamente inapplicato, specie nel settore dell’abusivismo edilizio e delle competenze demandate agli enti locali. Al riguardo avremmo invece bisogno di norme certe e semplici, con le quali operare una adeguata prevenzione ed un ‘tempestivo intervento punitivo.


    Oltre a ciò, occorre potenziare e razionalizzare gli incentivi economici, i finanziamenti agevolati e fiscali e soprattutto crediamo sia assolutamente necessario incentivare, sul piano economico, la collaborazione dei cittadini, con una particolare attenzione rivolta alle piccole industrie.

    Non da meno é comunque l’importanza che deve essere riservata, soprattutto per l’aspetto preventivo che in essi si riscontra, ai programmi di educazione e formazione per l’ambiente.

    La sensibilità ambientale deve poi soprattutto essere integrata, innervandole, alle principali politiche economiche di settore (infrastrutture, energia, industria, aree urbane, smaltimento e riciclaggio, dei rifiuti, agricoltura).

     


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