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    Sulla cosiddetta "Legge Biagi"

    di Fabrizio Falvo on Ottobre 07,2007

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    Biagi fu assassinato dalle Brigate Rosse nel 2002. Sto parlando del prof. Marco Biagi, non di Enzo Biagi che invece, com’è noto, fu assassinato con Michele Santoro da Berlusconi. Il secondo è poi resuscitato, mentre il primo, che era già una mummia, è rimasto dov’era. La sua morte tragica creò intorno al personaggio un’aura di rispetto che fece di lui, già consulente dei Ministri del Lavoro Treu (centrosinistra) e Maroni (centrodestra), una sorta di riferimento condiviso. Al di la della politica di bottega per cui un governo fa una scelta e l’opposizione la critica, il suo “Libro Bianco” sul mercato del lavoro in Italia, pubblicato nel 2001 e che gli costò la vita, resta centrale nel dibattito serio sull’avvenire della nostra società.
    Da quello studio è nata la cosiddetta “legge Biagi” che ha profondamente rinnovato il sistema del collocamento e del mercato del lavoro in genere in Italia. Intorno ad essa sono ovviamente nate forti polemiche tra maggioranza di centrodestra che l’ha approvata e l’opposizione, con il sapore anche dello scontro irriducibile. Ma chi ha criticato la legge lo ha fatto senza criticare il lavoro (ad essa sotteso) del prof. Biagi, anzi spesso denunciando il sostanziale tradimento delle sue idee.
    Indipendentemente da ciò che appartiene alle logiche scomposte delle polemiche “a prescindere”, pochi (e quasi tutti confinati nel recinto della sinistra radicale) hanno messo in discussione la filosofia del Libro Bianco.
    Solo che ne hanno dato una lettura parziale, strappando di fatto le ultime sette pagine, laddove il prof. Biagi, occupandosi di relazioni industriali (cioè, in primo luogo, di rapporto fra lavoratori e impresa), auspica un processo evolutivo nel senso di una sempre maggiore partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese e di democrazia partecipativa, riconoscendo la validità ed efficienza di un sistema produttivo fondato su rapporti fondamentalmente collaborativi in quello che una volta si definiva il rapporto fra capitale e lavoro.
    Lavoratori coscienti delle scelte aziendali, consultati preventivamente e possibilmente coinvolti in esse, garantiscono una più forte motivazione nel lavoro e una maggiore competitività dell’impresa sul mercato. Lavoratori, aggiungo io, gratificati anche dal punto di vista retributivo con gli utili dell’azienda (prodotti anche grazie al loro apporto), sono lavoratori più soddisfatti dei risultati ottenuti.
    L’argomento non è nuovo né in Italia, né in Europa, e forme di partecipazione e coinvolgimento sono state realizzate in passato ed altre esistono ancora oggi: l’esperienza della Zanussi e della ormai antica Mitbestimmung tedesca, per esempio, sono attuali. Così come sul piano macroeconomico la politica della concertazione degli Anni Ottanta in Italia o l’art. 27 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, approvata a Nizza nel dicembre 2000, sono conferme ed ispirazioni importanti.
    Ma che ce ne viene a noi di tutto questo ragionamento?
    Potremmo con un po’ di attenzione e di presunzione cercare di farne tesoro e comportarci di conseguenza.
    Per esempio potremmo proporre ai nostri amati Sindaci ed alla loro illuminata amministrazione di farsi promotori di una iniziativa.
    Il Comune (così come altri enti pubblici territoriali) fa parte di tutta una serie di Società di natura privata amministrati da Consigli di Amministrazione dei quali tutti (anche i cretini) vogliono far parte; società che, talvolta, operano anche con un rilevantissimo numero di dipendenti in settori strategici (gestione dei rifiuti, delle acque, dei trasporti ecc.): perché di questi organismi di gestione non possono far parte i rappresentanti dei lavoratori?
    Si potrebbe tentare di strappare un impegno a far modificare gli statuti vigenti, ove ciò fosse necessario, affinché la proposta divenga effettivamente praticabile e fare di essa un elemento qualificante della presenza pubblica negli enti.
    Io sono convinto che la strada sia praticabile ed i risultati sarebbero sicuramente positivi, anche perché se è buono a fare l’amministratore il portaborse di un politico, magari senza né arte e né parte, non si vede perché non possa essere all’altezza del compito chi quell’azienda conosce direttamente e profondamente.
    Il tutto a due condizioni ovviamente: che non si confondano i rappresentanti dei lavoratori con i sindacalisti che sono cosa diversa e che la sinistra lasci per strada la sua demagogia classista e si convinca che si può essere al contempo lavoratore e uomo libero. Veramente sarebbe necessario che anche la “destra” mettesse da parte l’ubriacatura “liberista” che non le consente di comprendere che una cosa è il libero mercato, un’altra la dignità delle competenze.
    Ma forse è chiedere troppo.

    fabrizio.falvo@libero.it

     


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