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    Partecipazione dei lavoratori agli utili d'impresa... finalmente se ne riparla

    di Marina Chantal Rajani on Maggio 31,2008

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    Sono davvero sorpresa…in maniera così esplicita ed ufficiale non  mi era mai successo di sentirne parlare sui media,  che mente mia ricordi.

    Mi riferisco al tema della partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa. Era uno degli argomenti tabù di prima e seconda repubblica, una delle cose a cui non si faceva mai riferimento, un argomento da eludere,  da non far emergere, cercare di far dimenticare. "Quello che conta – dice ora il   Ministro del Welfare Sacconi - e' sviluppare il modello collaborativo e all'interno di esso sviluppare l'idea che i lavoratori oltre che partecipare ai profili negativi del rischio d’impresa, possano partecipare anche a quelli positivi dello stesso rischio. E quindi, in prospettiva, partecipare sempre di piu' agli utili d'impresa”.
    Non mi illudo che questo sia un voltare pagina deciso ma,  bisogna osservare comunque,  che certi argomenti vengono portati, ora, nel dibattito politico.E mai prima d'ora era successo da 60 anni. La gente sente la necessità di una profonda riforma delle istituzioni, il popolo italiano non accetta più di essere supinamente incasellato e  spedito verso il declino dalla classe politica. Spinge affinché vengano esplorate nuove o forse “vecchie”  vie a cui era stato messo un democratico bavaglio,  per tornare ad avere speranza nel futuro. Non accetta più di non poter portare “tutte” le soluzioni possibili sul tavolo. La politica, forse non spontaneamente ma guidata dall’onda di una forte richiesta popolare,  comincia a tirar fuori dagli armadi anche quello che di buono c’era in passate istituzioni che si sono volute nascondere alla gente ….  «La sua sinistra è più elitaria e ideologica che popolare». Afferma ancora Sacconi che stigmatizza Veltroni come leader del partito della CGIL.
    C’è ricerca di novità nelle relazioni industriali, ma di novità vere….I lavoratori in carne e ossa e non quelli virtuali, mediati dalla maggioranza delle rappresentanze sindacali, sono le persone che già condividono il rischio d’impresa quando le cose vanno male in azienda ed ora molti di loro vogliono portare il dibattito politico ad ipotizzare la collaborazione fra imprese e lavoro  e studiare la  possibilità di attuare forme partecipazione dei  prestatori d’opera alla gestione delle imprese.Il progetto è per molti di loro di creare una sorta di "complicità" virtuosa tra impresa e prestatori d'opera.  Si incontreranno forti ostacoli in questo dibattito, dato che furono proprio i sindacati a cancellare , nel 1946, ogni forma di   azionariato dei lavoratori che si era realizzato nel Nord del nostro Paese…  Ma credo anche, che una volta iniziato, questo discorso interrotto 62 anni orsono, non potrà più essere relegato nel dimenticatoio.
    La politica non ignora questo fatto e questa coalizione sa di aver vinto principalmente con il voto dei lavoratori dipendenti privati. Fasce di popolazione che sentono sulla propria pelle la distanza delle relazioni industriali dalla realtà che vivono, sente  il morso della globalizzazione che le ha impoverite e  che le costringe a competere senza adeguati mezzi.
    I sindacati dovranno cominciare ad accettare istanze diverse da parte dei lavoratori e diverse ricerche di soluzioni politiche ed economiche: dovranno accettare  una fase  in cui non sia più tabù ipotizzare  una collaborazione  tra  lavoratori e imprenditori,  in vista di comuni obiettivi .
    Ancora una volta ribadisco, non mi illudo che questo sarà un processo rapido ma mi sembra di vitale importanza per l’Italia che sia iniziato.

    “Anche i Sindacati dovrebbero capire che è ormai superato il tempo di limitare le richieste agli aumenti di “salario”. Si deve invece puntare sulla richiesta di partecipazione dei lavoratori alla gestione, ai rischi e agli utili dell’attività economica.
    Non si può affrontare il futuro sviluppo economico e sociale dell’umanità con la ottocentesca visione dell’impresa, produttrice di ricchezza e benessere per tutti, secondo la quale il fine dell’impresa stessa è quello di produrre il massimo di profitti massimo di profitti nell’interesse dei soli azionisti che detengono sia il potere economico e finanziario sia quello decisionale.
    Ancora oggi, spesso, anche nel nostro Paese, al fattore umano viene riservato un ruolo marginale ed è considerato come la controparte, e non come il maggiore alleato, di chi detiene il capitale”.  Questo scrive, tra l’altro, Bruno Latella Presidente onorario di Unindustria, riferendosi alla questione Alitalia.
    Ed io continuo ad essere piacevolmente sorpresa…certo sono solo parole, per ora.
    Ma nel mondo del silenzio in cui  ho visto relegate e considerate indegne  delle soluzioni che ritenevo interessanti e meritevoli di ampia condivisione per lo sviluppo sociale del mio Paese, già la fase delle parole, mi fa ben sperare.
    Per rinfrescarci un po’ la memoria storica sull’argomento, dobbiamo ricordare che la Legge attuativa della Socializzazione fu varata in due tempi 12/02/1944 e 12/10/1944 nella RSI. Da quel momento, nei Consigli di Amministrazione delle aziende sedettero i rappresentanti dei lavoratori, in numero pari ai soci di capitale e nelle piccole aziende i lavoratori collaboravano con Il Capo dell’Impresa “personalmente responsabile di fronte allo Stato dell’andamento della produzione” .Gli utili delle aziende venivano ripartiti tra remunerazione del capitale, in una misura fissata annualmente dal Comitato dei Ministri ed i lavoratori,  non superiore al 30% delle retribuizioni nette. Mai prima di allora ma, neanche dopo di allora si è più vista una cosa simile nel nostro Paese….Può essere l’uovo di Colombo  per stimolare  forza e creatività  italiane a trovare soluzioni in questo difficile momento, potrebbe essere il punto di partenza per rendere l’idea aggiornata ai tempi che viviamo.Potrebbe essere studiata come alternativa alla precarietà …potrebbe…potrebbe… molte altre cose. Facciamo in modo di non far morire questo discorso.
    Rendiamoci promotori di dibattiti su questo argomento anche perchè, nella Costituzione Repubblicana all’art. 46, si parla di una forma di “cogestione” e  sessant’anni fa si era andati molto più avanti: oggi nessuna azienda ha il “Consiglio di Gestione”…Studiamo le soluzioni  e le proposte possibili.
     Lo sviluppo di questi temi, entrati ora a far parte , come sarebbe stato giusto già  da molto tempo, della discussione sulle riforme indispensabili di cui necessita l’Italia, deve essere una nostra grande priorità. Si possono mettere dei paletti alla globalizzazione solo promuovendo e ribadendo dei principi morali (e questo in verità si legge anche nell’ultimo libro di Giulio Tremonti)  e cioè  anche dando ad  ogni persona il diritto  di essere coinvolta nella gestione della sua vita lavorativa, in tutti i sensi. La persona umana non deve pertanto essere considerata alla stregua di una merce ma deve essere messa nelle condizioni di dare il meglio di sé, in base ai suoi meriti. Non si vuole affatto con questo negare la proprietà privata né la giusta remunerazione del capitale ma occorre far radicare nella popolazione  il principio etico del coinvolgimento meritocratico del lavoratore-persona  nelle sorti dell’azienda anche per migliorare la redditività del sistema- Paese.
    Sono convinta che molte  imprese italiane, soprattutto piccole e medie, sarebbero pronte a sottoscrivere un progetto di relazioni industriali che vada in questa direzione. I lavoratori dovrebbero avere la possibilità non solo di collaborare per definire le  regole del sistema delle relazioni industriali (e mi riferisco in particolar modo a quelle sulla sicurezza, non sempre al centro dell’attenzione dei sindacati) ma anche di partecipare ai risultati industriali del loro lavoro.
    Che questo fuoco che è stato appena  accesso non smetta di ardere…. alimentiamolo….per il bene dell’Italia.


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