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    Riflessioni sulla libertà dei popoli

    di Marina Chantal Rajani on Febbraio 18,2008

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    Riflessioni contro l’appiattimento dei popoli


    Conferenza del Punto Zenith a Lamezia Terme il 27/01/2008.



    Il 27 gennaio a Lamezia Terme, la nostra associazione ha tenuto una conferenza sulla libertà dei popoli invitando il Dr. Turano dell’associazione solidarista POPOLI ed il Lama tibetano Geshe Gedun Tarchin a dare il loro prezioso contributo.
    Ha introdotto, a questi termi, il nostro avv. Fabrizio Falvo,, riscuotendo grande successo. Prezioso è stato anche il contributo dell’associazione lametina “IL CERCHIO E LA CROCE”.

    Si è cercato, nel corso dell’evento, di dare una definizione chiara di cos’è un “popolo” ,nella nostra visione del mondo.Si tratta di una comunità umana che ha il diritto di vivere sulla propria terra (laddove sono sepolti i propri avi e nati i propri figli), secondo le proprie tradizioni, mantenendo le proprie specificità culturali, libero da ingerenze ed imposizioni di modelli estranei. Il nostro ideale di rispetto per il genere umano impone alle coscienze di appoggiare le battaglie identitarie, nello spirito dell’enunciato di Drieu de la Rochelle "amiamo tutte le razze, ognuna sulla propria terra"... Si impone la necessità di sostenere quegli uomini, anche nelle culture altre dalla nostra Tradizione europea, che si battono per difendere la loro specificità . I piani di appiattimento e di creazione del melting pot indifferenziato sono, a nostro avviso, animati dal pragmatismo del lucro.

    Un aspetto molto significativo di questo perverso piano è il grande incentivo che viene dato agli incontrollati flussi migratori dei nostri giorni: esso è volto allo sradicamento culturale dei popoli, pilotati da alleanze geopolitiche, con mera base economica. Il burattinaio è il pensiero unico, è l’unica rimasta potenza planetaria che, da decenni ,promuove guerre per il controllo delle materie prime. Si vestono, questi conflitti, da esportazione di democrazia ma poi perpetrano ingiustizie palesi come embargos di medicinali e prodotti per l’infanzia, politica scellerata come in Palestina, secessioni pericolose come in Kosovo in cui si rischia di innescare nuove guerre ignorando lo ius sanguinis dei Serbi.

    Questo disegno politico ha prodotto scenari molto inquietanti….prendiamo il mondo arabo, su cui il pragmatismo del lucro e la negazione di un’identità propria hanno favorito enormemente il radicamento fondamentalista, andando contro la parte sana di quella cultura che è, come molti esempi lo hanno dimostrato, , nazionalista e laica.
    L’Europa deve rispettare le culture altre, prima di tutto permettendo ad ogni popolo di vivere nel suo paese, non c’é pace possibile senza questa premessa, in altro modo avviene solo sfruttamento e coercizione e da entrambe le parti: da chi vuole manodopera a basso costo e da chi vuole imporre emigrando, anche con la forza e spesso con impertinenza, credi e usanze non nostre.
    E’ proprio in questo spirito abbiamo espresso, con forza, il nostro dissenso contro la narcodittatura della Birmania (oggi Myanmar), che altro non è che l’espressione di una casta potente ed arrogante che si scontra con la tradizione dei popoli che la compongono e che rappresentano un’interessante moltitudine di identità culturali, insieme alla spiritualità dei bonzi, con la loro presenza nel tessuto sociale. La narcodittatura Birmana è stata sostenuta militarmente dalla Cina, con rapporti commerciali con grandi multinazionali USA ed Europee, con Israele e Singapore, tutti insieme “appassionatamente” per lo sfruttamento delle risorse del Myanmar, a danno dei suoi abitanti ed a favore dei suoi corrotti governanti e loro alleati.Le imprese multinazionali, frequentemente, si rendono complici del governo, tollerando condizioni di lavoro, per i locali, di moderna schiavitù e di utilizzo di manodopera forzata, spesso appartenente a minoranze etniche. Per le condizioni sociali ed economiche della Birmania, Vi rimando al mio precedente articolo.

    Grazie alla preziosa testimonianza delle parole del Dr. Rodolfo Turano e dei filmati che ci hanno illustrato l’attività dell’associazione POPOLI, ci siamo occupati di una minoranza in particolare: è il popolo dei Karen.

    Ha un’antichissima storia di 2700 anni , dalle sue orgini in Mongolia e nelle steppe del Tibet e quali primi abitanti delle pianure tra i due grandi fiumi Irraady e Salween, dove si insediano nel 730 a.C.Due secoli più tardi, i Birmani invadono le terre dei Karen e li obbligano a rifugiarsi nelle montagne, ai confini con l’attuale Thailandia. I popoli delle montagne combattono ancora, senza sosta, per la loro tradizione ed indipendenza, dopo che il generale Aung San , che aveva promesso loro l’indipendenza, viene assassinato e si insedia la giunta militare.I Karen conducono le loro battaglie con grande rigore e si oppongono fermamente al commercio di droga e pertanto possiamo senz’altro affermare che essi lottano anche per noi! Il loro stile di vita si appalesa come inflessibile, non solo contro il commercio di stupefacenti ma anche contro lo sfruttamento della prostituzione.La comunità “POPOLI” dal 2001, con eccezionale impegno e coraggio anche fisico, sostiene ed aiuta i Karen a cui il governo centrale mina le coltivazioni di riso. “Popoli” ha realizzato tre cliniche mobili e tre scuole elementari che permettono ai bambini Karen di mantenere la loro lingua e cultura.

    Tutti questi interventi sono stati effettuati in zone di guerra, molto pericolose, in cui le autorità vietano l’intervento delle organizzazioni umanitarie. La comunità solidarista Popoli va aiutata ed incoraggiata, essa si riconosce nel principio della preservazione delle identità e lotta contro le grandi ingiustizie dei ricatti economici del nuovo ordine mondiale. Con il suo progetto, Terra-identità si prefigge di bonificare e lavorare alcuni ettari di terreno e costruire delle abitazioni per i profughi Karen intenzionati a ritornare nella propria terra. Ci colpisce molto ciò che afferma durante il suo recente viaggio in Europa, con coraggio, il capo Karen Nerdah Mya:
    “Chiediamo l’autodeterminazione, combattiamo per difendere la nostra cultura, la nostra identità, la nostra lingua…..Noi combattiamo per la pace per dare un futuro alla nostra gente, facendo in modo che possa tornare nella propria terra.

    Noi combattiamo una lunga guerra nella giungla di cui nessuno sa nulla. L’esercito Birmano brucia le nostre case, attacca i nostri villaggi, stupra le nostre donne….

    L’Europa e la comunità internazionale devono intervenire per bloccare finanziamenti ed investimenti che vengono dall’estero , ma che da noi hanno solo l’odore del sangue….Non vogliamo essere burattini di potenze straniere non vogliamo una democrazia importata: noi la nostra forma di governo l’abbiamo già”.

    Nerdah Mya afferma con forza che “ha un nemico comune con i monaci buddisti che , nei giorni di rivolta, non accettano l’elemosina di cui vivono….rovesciano le ciotole, un modo forte di esprimere pacificamente la loro solidarietà alla popolazione che soffre .

    Nel contesto della difesa dell’identità di popoli che lottano strenuamente contro il proprio annullamento, non potevamo non occuparci del Tibet e della sua cultura dell’individuale elevazione dello Spirito incentrata sul rispetto estremo di ogni forma di vita. Nel Tibet sorgevano monasteri grandi come città, vere università in cui fiorì la millenaria cultura del Buddismo mahayana. In questi centri, i discepoli facevano propri gli insegnamenti che culminavano con gli esami finali, anche dopo venti anni di studio, per diventare Geshe, dottore in Scienze divine.
    Il popolo tibetano seguiva la regola religiosa che indicava chiaramente ed esaustivamente i comportamenti da adottare e le azioni da evitare e ciò lo rendeva così rispettoso della natura e del proprio prossimo, che ogni tibetano avrebbe decisamente rifiutato persino di uccidere un piccolo insetto.
    Questa è la situazione che trovò la Cina, quando si accinse ad invadere il Tibet nel 1949, iniziando una delle più spietate forme di sistematica violazione dei diritti umani che il nostro secolo ricordi. La Cina entra nel Tibet orientale e con il pretesto di liberarlo dalla “tirannia “ (sic)del Dalai Lama.

    Nel 1950 la Cina invade anche il Tibet centrale ed, un anno dopo, la nazione viene incorporata nella Repubblica Popolare Cinese. Nel 1959, dopo la rivolta di Lhasa e del popolo Tibetano contro i sistemi di collettivizazione e false riforme democratiche del regime di Mao, il Dalai Lama deve rifugiarsi in India dove costituisce un governo in esilio.Immani sono le persecuzioni cinesi, soprattutto nei confronti di religiosi tibetani, quali monaci e suore. La cultura tibetana viene repressa in ogni sua forma e ciò porta anche a importanti carestie.Dal 1962 circa 30.000 tibetani sono rifugiati in Nepal e 80.000 in India. Le difficili condizioni di vita dei tibetani rimasti non sono da considerarsi solo sul piano della sopravvivenza materiale ma, soprattutto, nella dolorosa frattura con il loro leader in esilio di cui non possono neanche tenere l’immagine, dal fatto che il tibetano viene studiato a scuola come seconda lingua e gli insegnanti spiegano che le credenze religiose della loro tradizione sono un veleno. Le costruzioni cinesi hanno stravolto paesaggi di grande suggestione e architetture patrimonio dell’umanità. I restauri di templi e monasteri realizzati e pubblicizzati dalle autorità servono in realtà soltanto per i turisti che, sempre più numerosi, chiedono di poter visitare il 'magico Tibet'.

    Ma quale Tibet, quello in cui la tradizione viene annullata e in cui i giovani devono parlare cinese anche tra di loro per sperare di trovare lavoro nelle strutture imposte da Pechino?
    Nel 1989 in Tibet viene dichiarata la legge marziale, poco dopo il massacro nella piazza di Tienanmen a Pechino .Negli anni 90, la Cina limita tutti gli aspetti dell’autonomia tibetana, identificandoli come nazionalismo tibetano, religione e lingua comprese.
    Il terzo Convegno di lavoro (Forum of Work) in Tibet promuove la politica di sviluppo economico, la colonizzazione, la restrizione dell’autonomia, la repressione della resistenza e lo sradicamento dell’influenza del Dalai Lama.
    Inizia nei monasteri una rieducazione intensiva.
    Comincia una campagna contro gli aspetti della cultura tibetana identificati come ostacoli allo sviluppo. Di tutto ciò ha testimoniato il Lama Geshe Gedun Tarchin, che ha partecipato alla nostra conferenza con un interessante intervento.

    Molte notizie sul Tibet si possono ricavare da “Human Rights and the Rule of Law”, un libro-documento di 370 pagine a cura della Commissione Internazionale di Giuristi (JCJ), pubblicato nel dicembre 1997. La pubblicazione è dedicata al ven. Palden Gyatso, un monaco buddhista le cui torture subite durante trenta anni di prigionia cinese e lavori forzati sono state parzialmente riportate nel dossier e recentemente raccontate nel libro Il Fuoco sotto la Neve.

    La nostra Associazione ha già protestato (vedi nostro precedente articolo in merito) contro la pusillanimità del governo Italiano che ha “temuto” di ricevere, con l’ufficialità dovuta ad un capo di stato, il Dalai Lama, durante la sua ultima visita nel nostro paese. Tutto ciò per non dispiacere alla Cina!
    Sarebbe invece giusto fare in modo che le Olimpiadi in Cina facciano accendere i riflettori sul rispetto dei più fondamentali diritti umani anche di questo popolo.

    La nostra conclusione è pertanto che ogni popolo ha il dovere di preservare la propria storia storia e cultura e ciò significa, oggi come ieri, che il vero servizio all’umanità è quello di non sradicare le diverse tradizioni dalle proprie terre .Questo è il rispetto per il genere umano….il resto è lucro vestito da “peloso” buonismo di sfruttatori che vogliono rendere gli uomini e le donne standardizzati nei gusti per trarne un beneficio economico, che vogliono trasformare gli individui in meri consumatori.


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