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    Birmania, un caso su cui riflettere

    di Marina Chantal Rajani on Ottobre 20,2007

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    Da qualche tempo le pagine dei giornali e gli spazi nei media ci parlano di un lontano Paese: la Birmania.

    La sua denominazione era legata all’etnia maggioritaria Bamar e come tale sgradita alle varie minoranze locali (cinesi, thai,pakistani, indiani, tibetani etc.) e nel 1989 è stata modificata in Myanmar che proviene dal termine Mranna : la lingua scritta appartenente al ceppo sinotibetano.

    La storia della Birmania è millenaria e risale a circa il I secolo a.C. con la nascita del regno di Pyu, popolo di mercanti in contatto con India e Cina.Fu invasa dai Mongoli sotto Kublai Khan nel 1200 ma, già alla metà del 1300, i Birmani poterono ristabilire il loro regno. Nel 1500 la Birmania ebbe svariati contatti commerciali con l’Europa e rappresentò un centro molto importante nel sud est asiatico con già allora, grande valenza geo-politica tanto che i portoghesi se ne volevano appropriare ma furono ricacciati. Anche la Cina della Dinastia Qing (1700) aveva mire di dominio sulla Birmania ma non riuscì mai a conquistarla. Ci riuscirono invece gli inglesi (non senza combattere) e la Birmania divenne una provincia dell’India britannica fino al 1937.

    Durante la seconda guerra mondiale fu conquistata dai Giapponesi e tutti gli inglesi vennero cacciati dal paese fino all’intervento degli alleati che ripresero la Birmania nel 1945. Nel 1948 fu costituito uno stato federale governato dai militari e composto dalle molte etnie residenti .

    Nel 1962 la situazione precipitò e venne instaurato un regime comunista che promosse la cosiddetta “via birmana al socialismo” collettivizzando l’economia con risultati disastrosi , riducendo il Paese alla fame. Venne abolita la libertà di stampa e la Birmania fu isolata dal resto del mondo.

    Si è creata pertanto una forte dicotomia tra l’antica cultura di un popolo di grande tradizione spirituale e culla del Buddismo Thervada (scuola di pensiero che unisce religione ed istruzione) e l’ ideologia comunista. In qualsiasi villaggio birmano il monastero è il centro della vita culturale ed i monaci sono molto venerati. La religione buddista è praticata dal 92% della popolazione, mentre il 5% è cristiano protestante, esistono minoranze sunnite e induiste.

    La soppressione dei diritti civili provocò, alla lunga, una grande rivolta che , nel 1988, sfociò in moti che furono repressi nel sangue di migliaia di morti, mentre il generale Saw Maung prende il potere con un colpo di stato e riesce ad annullare le elezioni del 31 maggio 1989 ed arrestare i vincitori delle stesse. Oggi il capo dello Stato è il generale comunista Than Swe che detiene tutti i poteri e prende personalmente le maggiori decisioni di politica estera.I suoi ministri sono membri dell’esercito, per la stragrande maggioranza.

    La Birmania è oggi una delle nazioni più povere del mondo nonostante le sue discrete risorse naturali (teak, caucciù, petrolio, gas naturale e…..coltivazione dell’oppio). L’aspettativa di vita è di 58,4 anni per i maschi e 64,2 per le femmine e la mortalità infantile del 69 per mille, e cioé 10 volte quella italiana. Il Myammar si attesta al 64° posto (Italia 8°) per reddito pro capite, l’analfabestismo è, a tutt’oggi superiore al 15%.

    Dopo questo necessario excursus storico-politico , torniamo all’attualità di queste settimane ed iniziamo insieme a riflettere.

    Ovviamente non possiamo non essere dalla parte dei monaci che protestano contro un governo dispotico e sanguinario e vogliamo con forza affermare che, l’attuale governo birmano, affamatore della popolazione, non è il di ispirazione socialista (come fu per un breve periodo) ma che esso è una vera dittatura comunista. Infatti , a partire dal colpo di stato del 1988 che ha represso l’opposizione in molto sangue, ogni diritto civile è annullato ed ogni possibilità di esistenza, materialmente e spiritualmente dignitosa,è negata alla popolazione.

    L’attuale governo è pertanto l’espressione di una casta potente ed arrogante che si scontra con la tradizione del popolo rappresentata dai bonzi e dalla loro presenza nel tessuto sociale.

    I monaci , nei giorni di rivolta, non accettano l’elemosina di cui vivono….rovesciano le ciotole, un modo forte di esprimere pacificamente la loro solidarietà alla popolazione che soffre e il loro dissenso per la casta di governo. L’onestà delle intenzioni di questi religiosi, che pagano con la vita, è evidente ma desideriamo essere molto cauti a sostenere le opposizioni politiche di Yangon (una volta Rangoon) in quanto non è ancora chiaro se il partito di opposizione guidato dalla leader Aug San Suu Kyi, donna certamente coraggiosa e pellegrina tra carcere ed arresti domiciliari, non aprirebbe la porta ad una “missione di pace e democrazia” firmata USA. Diffidiamo di tutti quelli che si accorgono tardivamente della mancanza di libertà in un certo Paese.

    Siamo stati bruciati dall’acqua calda dell’Iraq, ora forse temiamo la fredda. Non bisogna essere ingenui e dobbiamo considerare l’importanza geopolitica della Birmania nello scacchiere asiatico.

    Affermiamo con forza che il popolo birmano ha tutti i sacrosanti diritti di protestare coraggiosamente contro una povertà inaccettabile ma auspichiamo che trovi un via propria e che non debba ritrovarsi colonia in cui installare produzioni con manodopera sfruttata a basso costo.

    Siamo con la rivolta dei birmani che vogliono ritrovare l’originalità e la spiritualità di una grande tradizione, lottare per un benessere diffuso ed uno stato che garantisca un livello di salute migliore, per i diritti dei cittadini, per il popolo che deve avvantaggiarsi delle proprie risorse naturali. Siamo per l’unità della Birmania e non con chi, dall’estero, tenta di fomentare l’odio tra le diverse etnie per fare più agevolmente i propri interessi.

    Siamo osservatori nel solo interesse del popolo Birmano e non della sua appetibile posizione.

    Myanmar deve poter cacciare il suo attuale governo per difendere con equità i diritti dei suoi cittadini e non i privilegi di caste autoctone o al servizio di potenze straniere.

    Per questa ragione cercheremo, come sempre, di avere informazioni aggiornate, al fine di trasmettere delle idee basate sui fatti. Non ci vogliamo mai fermare sul "sentito dire".
    Intervisteremo, a breve, delle persone che ci daranno notizie di prima mano.

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