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    La Giustizia

    di redazione Puntozenith on Aprile 04,2007

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    Come sappiamo, nel campo della giustizia i problemi, la cui crescente gravità e ricordata pressoché quotidianamente dalla cronaca, sono oggetto costante, ma insufficiente, di dibattiti e scontri tra forze politiche che, dimenandosi continuamente nei propri drammi interni di partito o di coalizione, non trovano spazio per l’elaborazione di programmi di giustizia capaci di snellire il caos in cui siamo immersi.

    Secondo il nostro obiettivo, i fattori determinanti della proposta di rinnovamento di questo settore sono i seguenti:

    - distinzione tra magistratura giudicante (assolutamente libera ed indipendente dal potere politico) e magistratura inquirente (che deve operare nel quadro degli indirizzi di politica giudiziaria stabiliti dal governo sotto 11 controllo del parlamento);

    - non obbligatorietà dell’azione penale, figlia di una visione demagogica del principio di uguaglianza di fronte alla legge;

    - rilancio della giustizia civile anche per prevenire un fenomeno già in atto in certe aree del Mezzogiorno, in cui le vane criminalità organizzate intervengono a gestirla in vece di supplenza;

    - rivalutazione del ruolo del Ministro di Grazia e Giustizia;

    - politica carceraria che renda effettivi il principio di presunzione di innocenza, sino alla condanna definitiva, recupero del condannato;

    - riformulazione della normativa di esecuzione della pena, subordinata (per il magistrato che dovrà applicarla) al verificarsi di condizioni e presupposti di sicuro accertamento oggettivo.

    I guasti della giustizia sono purtroppo tali e tanti da essere evidenti non solo agli esperti, ma anche alla generalità profana del cittadini.

    L’inizio della crisi va individuato nella nascita della “legislazione dell’emergenza”, in quanto, terminata l’epoca della “lotta armata”, per la quale fu elaborata e dalla quale traeva la sua giustificazione, continuando ad esistere, ha finito per plasmare progressivamente la forma mentis dell’inquisitore, soprattutto del giovani magistrati, fino ad abituarli definitivamente all’uso normale dell’ emergenza.

    Da questa logica sono pertanto nate diverse storture che riteniamo debbano essere necessariamente rimosse con un intervento di radicale determinazione sul sistema.
    In virtù di tale esigenza di cambiamento, crediamo che sia innanzitutto necessario agire rispetto alla sostanziale, nonché evidente, contraddizione esistente nella promiscuità del ruoli dl giudice e di parte accusatoria che, come sappiamo, appartengono attualmente entrambi alla stessa carriera.


    A tal proposito, riteniamo invece che sia indispensabile conferire alla due carriere piena autonomia l’una dall’altra, a cominciare dal reclutamento, in quanto è sicuramente innegabile che la funzione del P.M. ha caratteristiche ed attribuzioni speciali per le quali sono richieste particolari attitudini ed un orientamento psicologico e culturale radicalmente diverso rispetto a quello del giudice.

    Questo importante argomento, è tornato di attualità con una sentenza della Corte Costituzionale, con la quale e stato evidenziato che l’indipendenza del P.M. non è garantita dall’art. 101 della Costituzione, bensì dall’art. 112, con il quale viene imposto al P.M. di procedere obbligatoriamente nell’azione penale.

    Distinguere tra i parametri che garantiscono l’autorità giudicante e quella inquirente, dovrebbe costituire, a questo punto, un dovere costituzionale per 11 Parlamento che dovrebbe, quindi, provvedere alla distinzione del diverso status di giudici e di P.M..

    Sul piano del diritto positivo, dobbiamo considerare Il P.M. come organo che opera sotto la vigilanza del Ministro di Grazia e Giustizia per le funzioni che la legge gli attribuisce (art. 69 r.d. 30.1.41 n.12 sull’ Ord. Giud. ) in particolare, vegliare all’osservanza delle leggi e alla pronta e regolare amministrazione della giustizia (art. 73 Ord.Giud.).

    Di fronte a questa descrizione normativa, c’è chi sostiene una equiparazione fra P.M. e Giudici, facendo leva su alcune guarentigie ad esso accordate anche sul piano costituzionale e ruotanti attorno all’inamovibilità (art. 107 1 co. Cost.) ed all’indipendenza espressamente prevista per il P.M. presso i giudici delle giurisdizioni speciali (art. 106 2 Co. Cost.).

    In effetti, pur rilevandosi delle assonanze tra la disciplina riguardante i P.M. e quella riguardante i giudici, nulla sembra autorizzare alla catalogazione del P.M. sotto l’etichetta del potere giurisdizionale.

    Anzitutto, gli manca la potestà di “jus dicere”, di emettere una decisione, impronta indefettibile dell’attività di giurisdizione; secondariamente, non presenta i caratteri tipici ed in eludibili della fisionomia degli organi giurisdizionali, primo fra tutti quello scolpito nell’art. 101 della Costituzione.

    Una conferma di tale deduzione ci viene in fondo anche dall’art. 53 comma 1 cpp, nel quale si afferma che nel corso delle udienze penali i magistrati del P.M. svolgono le loro funzioni “con piena autonomia”, ma ovviamente nei confronti dei capi ai quali è attribuito, in certi casi, un potere di sostituzione.

    Quanto detto attesta quindi l’esistenza di una struttura gerarchica in senso verticale e, inequivocabilmente, ci fa intendere come l’area di autonomia per i magistrati del P.M. si restringa in verità alle sole sedi di udienza: un chiarimento normativo ad hoc che suona come eccezione rispetto ad una regola generale chiaramente orientata in direzione opposta.


    Ad ogni modo, non bisogna dimenticare che il problema che si pone non è quello dell’indipendenza della magistratura, quanto, piuttosto, quello della imparzialità che tale indipendenza deve garantire.

    Per questo riteniamo sia un’esigenza davvero imprescindibile, sia pure all’interno del quadro costituzionale positivo, che queste funzioni vengano affidate a persone fornite di qualità morali, psicologiche e culturali in grado di garantire nella massima misura competenza tecnica, equilibrio, serenità. ed indipendenza dalla suggestione di devianti influenze esterne e corporative. In altri termini, occorrono persone in grado di gestire, in una corretta dialettica tra poteri (separati), l’applicazione dei mezzi (con il solo scopo di rispettarne la forma e lo spirito) definiti in rapporto all’individuazione e al perseguimento del fini che sono esclusiva prerogativa della politica e spettano ai poteri legislativo ed esecutivo.
    Risulta perciò chiara la necessità di definire adeguati criteri con i quali individuare elementi particolarmente qualificati che, attraverso un congruo periodo di tirocinio, possano poi essere destinati ad esercitare le delicate funzioni con la massima preparazione tecnico—professionale.


    Altro problema da cui occorre sgombrare il campo, è quello della compatibilità costituzionale di una “carriera” intesa come passaggio a funzioni progressivamente superiori e caratterizzate quindi da una maggiore importanza e dignità.

    Prescindendo dal trattamento economico, che giustamente deve conservare il proprio carattere di automaticità in relazione all’anzianità di servizio, riteniamo infatti che non possa esservi alcun dubbio riguardo alla possibilità di considerare come avanzamenti, i passaggi da funzioni di grado inferiore a quelle di grado superiore. Tanto più se si osserva che le tradizionali funzioni di giudice di primo grado, di appello e di cassazione e quelli omologhi di procuratore presso la Pretura, il Tribunale, la Corte di Appello e la Cassazione, in corrispondenza ovviamente dell’ordinamento processuale, non possono non determinare, nell’ambito della magistratura, una scala di valori che implichi un progressivo perfezionamento tecnico—professionale delle funzioni più elevate, maturato attraverso l’esperienza.

    Del resto, se e vero che l’esercizio della funzione giudiziaria esige, in ogni grado di giurisdizione, ±1 possesso di doti altamente qualificate, e altrettanto vero che queste qualitâ devono essere progressivamente possedute in rnisura spiccata nelle funzioni corrispondenti ai gradi superiori della giurisdizione, dove Si tratta di riesaminare le decisioni del magistrati di grado inferiore.

    Comunque, a tutto voler concedere, resta assolutamente in dimostrato che, secondo quanto afferma la Costituzione, le funzioni possano essere attribuite ai magistrati senza alcun “controllo” (oggettivo) delle loro effettive capaciti e meriti.

    Al contrario, secondo il nostro parere, occorre operare, come accennavamo, ad un metodico controllo del magistrati apportando per l’appunto modifiche essenziali proprio al concorso per il reclutamento che, diversamente da quanto si verifica attualmente, deve essere necessariamente sdoppiato, creandone uno per i magistrati inquirenti ed uno per quelli giudicanti, prevedendo in entrambi anche approfondite indagini psico—attitudinali di idoneità.

    Tali concorsi debbono articolarsi in due distinte fasi: ii candidato che supera la prima fase viene ammesso ad un tirocinio almeno biennale, al termine del quale deve sostenere l’esame di idoneità con il quale termina il concorso.


    Questo secondo esame, dopo il tirocinio, deve rispondere ad una duplice esigenza, teorica e pratica: teorica, in quanta, dopo ogni periodo di prove (e quello del tirocinio deve considerarsi un periodo di prove), si impone un controllo della preparazione e della capacità di cobra che vi sono stati assoggettati; pratica, in quanta aggiunge all’accertamento della preparazione dottrinale effettuato nella prima fase del concorso, la verifica dell’attitudine psicologica del candidati all’esercizio delle funzioni giudiziale.

    L’esame viene deliberato dal CSM a cui spetta il compito di decidere l’ammissione degli aspiranti, previa parere motivato del Presidenti delle Corti di Appello, nominando una Commissione esaminatrice composta da soggetti titolati, sorteggiati alla vigilia di ogni prova.
    Questa Commissione deve procedere alla classificazione degli aspiranti che hanno conseguito l’idoneità, tenendo canto dei voti riportati in questo esame, dei punti conseguiti nella prima prova del concorso dl ammissione e del punti attribuiti sulla base dei titoli eventualmente prodotti.
    La graduatoria risultante deve comunque ottenere l’approvazione del CSM che provvede poi all’attribuzione delle funzioni.

    Successivamente, il neo-magistrato potrà conseguire la promozione in Tribunale (Sostituto Procuratore presso il Tribunale per gli inquirenti e Giudice di Tribunale per I giudicanti) sempre in seguito ad una delibera del CSM, previo parere obbligatorio del Consigli Giudiziari.

    Questi ultimi devono a loro volta esprimere il loro parere motivato, tenendo canto sia del rapporti redatti dai capi degli uffici presso i quali promuovendo alle funzioni superlori ha esercitato il suo incarica, sla di tutto il suo comportamento anteriore, mettendo altresì in evidenza le eventuali particolari attitudini dimostrate.
    Il parere così espresso deve essere in seguito comunicato all’interessato e al Ministro ed entrambi hanno facoltà di presentare deduzioni al CSM entro i successivi trenta giorni.

    Anche i passaggi di funzioni devono essere sottoposti a valutazione comparative per meriti, altre che per anzianità, da parte del CSM con le stesse modalità sopra indicate. Per concorrere, i candidati devono produrre quindici loro lavori giudiziari, scelti fra quelli redatti nel corso dell’ultimo triennio (se in appello) o quinquennio (se in cassazione), pubblicazioni ed altri titoli.
    Il conferimento degli uffici direttivi deve essere effettuato, come abbiamo già detto, secondo il combinato criterio dell’anzianità e del merito. La proposta può essere avanzata dal candidato, dal Consiglio Giudiziario o dal Ministro e deve essere valutata dal CSM.
    Il Consiglio Giudiziario dà parere obbligatorio ma non vincolante. Lo stesso deve essere trasmesso al candidato ed al Ministro i quali possono formulare deduzioni, prima della decisione del CSM.

    La facoltà proponente conferita al Ministro nell’ambito del sistema ipotizzato, si giustifica tenendo presente che la Costituzione gli ha attribuito il potere di promuovere l’azione disciplinare, l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia e che tali ultime attribuzioni, come chiarito anche dalla Corte Costituzionale (nella sent. N. 168/1963), non possono essere intese in senso restrittivo, ma comprendono sia l’efficienza numerica, con l’assegnazione del magistrati in base alle piante organiche, sia il funzionamento dei medesimi in relazione all’attività ed al comportamento del magistrati che vi sono addetti.

    Orbene, poiché i poteri conseguenti e correlativi alle sue attribuzioni sono esercitati perifericamente dai Ministro per mezzo dei capi degli uffici giudiziari e con questi egli direttamente corrisponde per tutto quanto attiene al funzionamento del servizi e della giustizia in genere (in ordine a ciò e bene ricordare sussiste la sua responsabilità politica davanti al Parlamento), risulta indiscutibile la sua potestà di cooperare alla scelta nel magistrati responsabili dell’amministrazione della giustizia nei singoli uffici.

    Necessario corollario alla prospettata riforma è quella contestuale del sistema d’elezione del CSM, al quale dovrebbero essere chiamati soggetti eletti secondo le modalità previste dalla Costituzione , ma su liste formate per sorteggio fra tutti i soggetti delle categorie titolate, con incarichi di durata breve e non soggetti a rieleggibilità.
    Un ulteriore punto di riflessione sul tema della giustizia, riguarda l’obbligatorietà dell’azione penale che oggi, di fatto, avalla uno spazio di discrezionalità amplissimo e non sindacabile.
    Va infatti detto che attualmente, grazie ad una in condivisibile interpretazione della prerogativa, molti P.M. non indagano più sulla notizia di reato, ma vanno in cerca della notizia di reato.

    Si rende pertanto necessario stabilire I requisiti minimi perché possa parlarsi di notizia di reato idonea a rendere obbligatoria l’azione penale e, per quanto riguarda I giudici, occorre intervenire sull’istituto del libero convincimento, ancorandolo a precisi ed oggettivi parametri (stabilendo ad esempio cosa deve intendersi per prova)

    La nostra ipotesi di riforma della giustizia, per essere esaustiva, non può infine prescindere dal dover imrnediatamente adottare misure idonee a consentire una dignitosa uscita dalla cultura dell’ “emergenza” di cui si è accennato inizialmente, consistenti in particolare nei seguenti provvedimenti:


    a) il richiamo in servizio effettivo dei magistrati distaccati presso altri servizi;

    b) l’eventuale massiccio utilizzo di giudici onorari cooptati fra categorie che garantiscono una adeguata preparazione tecnica e idonee qualità morali, da utilizzare soprattutto in uffici collegiali;


    c) la concessione di un indulto politico al fine di riequilibrare situazioni di disparità di trattamento determinate dalla legislazione emergenziale;


    d) il divieto assoluto per i magistrati di assumere incarichi extragiudiziali;

    e) la definizione di termini certi e non prorogabili per l’attività istruttoria;

    f) la modifica dell’art. 350 cpp, stabilendo che per qualunque indagine di p.g. deve essere sempre obbligatoria la notifica dell’ avviso di garanzia;

    g) la diversa regolamentazione del pentitismo, sia sul piano della ‘gestione”, da affidarsi ad un corpo appositamente incaricato, sotto il controllo di una Commissione che deve essere l’unica ad autorizzare gli eventuali compensi pecuniari e ad elaborare il programma di protezione, escludendo comunque la possibilità di conferire privilegi in ordine alla confisca del beni; sia sui piano dell’utilizzo processuale delle dichiarazioni rese dai pentiti che, nella fase istruttoria, devono essere documentate con sistemi audiovisivi e comunque condizionate, per la loro validità ad oggettivi riscontri esterni ed al fatto che la confessione sia stata resa nel tempo massimo di quarantacinque giorni comprendendo tutto quello che ii pentito sa sui fatti; sia, infine, sul piano delle norme che attengono alla misura degli sconti di pena, che non possono arrivare ad estinguere in toto la pena stessa e la conseguente detenzione.





    Nell’ottica di una auspicata riforma della giustizia nei termini finora indicati occorre pero intervenire anche per rompere quella circolarità perversa che lega oggi la denegata giustizia (civile) al ruolo di supplenza giocato (o che rischia di essere giocato) dalle organizzazioni criminali, a cominciare innanzitutto dalla inveterata lentezza del processi che non si può dire tutta dipendente da norme obsolete o inadeguate e da strutture assenti o inefficienti, chiamando diversamente in causa la stessa professionalità del dirigenti degli uffici giudiziari.

    Non basta infatti suggerire al CSM nuovi e più razionali criteri per il conferimento degli uffici direttivi, ma occorre prestare la dovuta attenzione al problema della formazione professionale dei dirigenti riguardo ad esempio alla formazione manageriale degli stessi, all’utilizzo di strumenti informatici e alla definizione del processi decisionali e del supporti informativi, indispensabili per una efficace dirigenza.

    Anche in materia penitenziaria, il bilancio è inquietante a causa della cronica inadeguatezza delle strutture carcerarie e della mancanza di un adeguato servizio sociale e psicologico di supporto ai nuovi principi sanciti dalla legislazione di riforma in buona misura condivisibile, ma rimasta quasi completamente inattuata.
    Il disagio si manifesta sul piano generale con un diffuso disordine carcerario, che determina pericolosi vuoti d’ordine che penalizzano le categorie di detenuti più deboli e le guardie carcerarie. Quello che più si rileva in questa generale situazione è l’assenza di una rigorosa separazione tra soggetti in attesa di giudizio e Soggetti in espiazione della pena già comminata loro in via definitiva, favorendo così il carattere criminogeno del trattamento che deriva dalla promiscuità della popolazione carceraria aggregata.

    Da qui l’esigenza di definire un modello penitenziario che preveda due ben distinti, e non interferenti fra loro, percorsi carcerari: l’uno, quello relativo a soggetti condannati, finalizzato all’espiazione della pena e l’altro, rivolto a persone in attesa di giudizio, giustificato unicamente da criteri cautelari di sicurezza e prevenzione sociale e quindi da concepirsi come meno afflittivo per il soggetto costretto a praticarlo.

    In altri termini, lo stato di limitazione della libertà personale (eccezionalmente - art. 297 c.p.p.) degli imputati deve essere assolutamente adottato per eccezione e adeguatamente motivato dal momento che é rivolto a soggetti presunti innocenti e che, nel rispetto dell’esigenza cautelare di impedir loro di nuocere, hanno comunque pieno diritto a pretendere un trattamento rispettoso della loro condizione e quindi il meno possibile traumatico in vista del loro possibile ritorno nella comunità libera.


    Vanno dunque organizzati dei Centri di Custodia Cautelare realizzati secondo nuovi modelli di edilizia carceraria, per quanto possibile differenziati ira loro per tipi di reato (ipotizzato), onde evitare possibili influenze nocive reciproche ira i ristretti.
    Anche nella fase espiativa della pena, occorre precedere ad una più incisiva affermazione ed attuazione di percorsi di recupero, sia contemporaneo che successivo alla espiazione stessa, a cominciare dalia creazione di enti previsti dalia legge attuale quali i Centri di Servizio Sociale (Art. 72 L. 26 luglio 1975 n. 354) ed i Consigli di Aiuto Sociale (Art. 75 legge citata) . I primi, col compito di monitorare il trattamento penitenziario e di organizzare attività volte al reinserimento dei condannati nella vita libera; i secondi, con il compito di assistere i liberandi con consigli, informazioni, aiuti per favorire il loro reinserimento sociale.



    Sono inoltre da prevedere organismi aggiuntivi costituiti elettivamente con la specifica funzione di rappresentare presso l’Amministrazione carceraria quelle esigenze e quel problemi che attualmente, proprio per la mancanza di canali di comunicazione, sono spesso causa di malessere che non di rado episodi di violenza.
    Tale rappresentanza deve coadiuvare le istituzioni, attraverso proposte ed iniziative per ii miglioramento della qualità della vita interna del carcere.

    Anche in questo ambito bisogna insistere per realizzare un carcere progressivo e differenziato con l’adozione di misure in grado di prevenire gli inconvenienti derivanti dalla promiscuità di detenuti condannati per reati non omogenei, tenendo conto delle diverse esigenze di ognuno (personalizzazione del trattamento), anche con riferimento ad indici di pericolosità come la recidiva.

    Infine, occorre favorire il controllo e la rieducazione sociale del condannato, evitando le conseguenze deformanti delle istituzioni carcerarle chiuse e passando dal trattamento individuale, anche se in libertà, all’azione delle Comunità di economia integrate (strutture di piccole dimensioni con ampi spazi sociali ad edilizia orizzontale), tendenti ad un modello di vita comunitaria nella quale dovranno trovare spazio cooperative di produzione e servizi rivolti sia alle necessità della comunità carceraria, che al mercato esterno.

    Una soluzione di questo tipo potrebbe apportare due possibili benefici:

    1) abbasserebbe i costi produttivi del beni ceduti a11’amministrazione, riducendo nel contempo le spese di gestione dell’apparato carcerario;

    2) permetterebbe al detenuto di intraprendere e coltivare un reale percorso rieducativo, evitando l’attuale allontanamento (spesso irreversibile) dalla Comunità esterna, gettando cosi le basi per il suo futuro reinserimento.

    Per concludere, sarebbe auspicabile la stesura di una “carta del diritti del detenuto” (con forza di legge) che, affronti in modo serio e definitivo anche e non ultima la grave questione igienico sanitaria nelle carceri.

     


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