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    IL FISCO

    di redazione Puntozenith on Agosto 23,2007

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    IL FISCO

    « Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività » Art. 53 della Costituzione della Repubblica Italiana.

    Questo è il concetto fondamentale su cui baseremo tutta la progettazione del "nostro" sistema fiscale. Non è affatto ovviamente un concetto innovativo, ma saremo noi a renderlo tale con le nostre idee programmatiche, affinché quindi non sia solo una espressione teorica di un metodo contributivo "giusto", ma lo diventi dal punto di vista pratico, quotidiano e soprattutto sociale con un occhio rivolto in particolar modo alle esigenze ed alla dignità di ogni individuo inserito in un contesto di fattiva collaborazione comunitaria.

    Che il sistema fiscale di oggi sia gravemente malato è sotto gli occhi di tutti, ma non tutti altrettanto sanno che questa malattia è il risultato di una serie di correttivi operati nel corso degli anni che, anziché migliorarne il funzionamento, hanno soltanto contribuito ad appesantirlo progressivamente.

    Una riforma fiscale seria ed adeguata all' attuale contesto socio-economico può pertanto ipotizzarsi esclusivamente come radicale cambiamento e non come semplice aggiustamento dei meccanismi esistenti.

    Una riforma radicale non può però prescindere dai vincoli a cui è soggetta nel quadro dell'attuale ordinamento, la stabilità del gettito, nel giusto equilibrio e un'adeguata percentuale della pressione fiscale rispetto al prodotto interno lordo.

    In questo ambito, i problemi più urgenti a cui occorre far fronte sono la protezione del risparmio e la spinta al deflusso del capitale nazionale verso paesi a minore tassazione.

    Un primo obiettivo che si propone la nostra ipotesi di riforma fiscale, è l'attuazione di un cosiddetto federalismo fiscale, con cui venga spostata la potestà fiscale dal centro alla periferia, con maggiore visibilità locale dell'equilibrio tra oneri imposti e servizi ricevuti.

    Ma l'obiettivo fondamentale di tale ipotesi fiscale è dettato dall'obiettivo politico che la anima: una giusta redistribuzione della ricchezza nazionale.

    La nostra ipotesi di riforma fiscale poggia infatti, e non ci stancheremo mai di ripeterlo, su saldi principi di socialità, avendo come scopo ulteriore la progettazione di uno stato del lavoro, in un'economia non schiava delle regole selvagge del libero mercato. Ed è questo che ci differenzia e ci caratterizza da altri progetti di riforma.


    Non contro la ricchezza, quindi, se è legittima e se paga le tasse, ma contro la povertà che lo Stato deve ridurre o ripagare. Ridurre, detassando il lavoro, lottando cioè contro una delle cause della disoccupazione, specie nelle piccole e medie imprese, l'eccesso del peso del fisco sul lavoro; ripagare, liberando totalmente dal vincolo fiscale i più anziani ed i più bisognosi. Sarebbe interessante ipotizzare, in quest' ultimo caso, una nuova forma di capacità contributiva, in ragione dell'età: oltre una certa età e sotto una certa soglia di reddito, gli anziani debbono essere liberati dal vincolo fiscale.

    Il punto centrale di quest' ipotesi di riforma poggia le sue basi sull'analisi di un sistema fiscale, quale quello oggi vigente in Italia, incentrato sulla tassazione del reddito. Ciò, come crediamo, presenta un problema di fondo dal momento che, salvo la categoria dei redditi tassati alla fonte (soggetti a ritenuta fiscale) sempre più pressata, le altre categorie di reddito sono sempre più sfuggenti, specie in un' economia in cui gli affari e gli interessi dei ceti sociali più ricchi tendono ad essere sempre più sofisticati e dematerializzati oltreché mondializzati e perciò più difficili da controllare con i mezzi a disposizione delle burocrazie fiscali statali. In questo modo si verifica il paradosso per cui i ceti destinati ad essere progressivamente più tassati (perché più ricchi), sono, in realtà, i meno tassati.

    In un sistema economico come quello occidentale, non sono solo i redditi, ma anche i consumi ed i patrimoni possono ed anzi devono costituire oggetto di interventi specifici di politica fiscale. Una sensata azione di contrasto all' evasione e all' elusione può infatti efficacemente attuarsi correlando i redditi dichiarati con i patrimoni posseduti, non essendo altro, redditi e patrimoni, che le due facce della stessa medaglia, costituita dalla capacità contributiva del soggetto in verifica. Gli investimenti patrimoniali, per fare un esempio, devono poter essere giustificati in base ai dati reddituali emergenti dalla serie storica delle dichiarazioni fiscali. Per poter fare ciò, il segreto bancario deve però poter essere sistematicamente superato dagli effetti delle verifiche fiscali.

    Tutto ciò deve essere inserito, riteniamo necessario sottolinearlo, nell'ambito di una legislazione semplice e chiara, con aliquote accettabili, evitando sanzioni pecuniarie terroristiche di difficile riscossione.



    L'intensità e la velocità dei rapporti economici sono cresciute e stanno crescendo in modo esponenziale, sempre meno controllabile dai poteri statali ordinari, ma non da quelli coesi con l'economia. Per queste ragioni, nel dominio della ricchezza, lo Stato ordinario perde progressivamente la sua capacità informativa e gestoria e conseguentemente il suo potere sull'economia. E' un dato di fatto questo di cui occorre necessariamente tenere conto nelle scelte di politica fiscale. Ed è questa una delle ragioni per cui in questa sede noi sosteniamo la necessità di dover passare dalle imposte dirette a quelle indirette (minor irpef-irpeg-ilor, previsione di una imposta sul consumo e sugli affari). Le imposte indirette, oltre ad essere più facilmente gestibili, possono di fatti essere più giuste, essendo orientate ai consumi non necessari o sugli acquisti a sfondo patrimoniale. Il vincolo costituzionale di progressività non viene da queste impostazioni contrastato, poiché è il sistema fiscale nella sua complessità che va uniformato ai criteri di progressività, nella sua concretezza.

    DALLE PERSONE ALLE COSE.

    I sistemi fiscali che si spostano dalle persone alle cose ammettono gradi più ampi di libertà, consentendo alla gente di formulare scelte positive in relazione a prodotti con maggiore o minore incidenza fiscale. In sistemi fiscali di questo tipo infatti il cittadino consumatore può in specie scegliere in ordine a quante tasse pagare e meglio così privilegiare la propensione al risparmio.

    In quest' ottica, l'imposta sul reddito delle persone fisiche viene interamente ridisegnata, introducendo una nuova scala di aliquote e deduzioni, più semplice e meno gravosa. E, simmetricamente, si può immaginare un'imposizione indiretta totalmente alternativa rispetto al sistema vigente, che sfrutti la leva fiscale anche a beneficio dell'ambiente. E, sulla base della combinazione reddito/patrimonio, anche le imposte sulle società possono essere completamente ridisegnate.

    Tale spostamento del carico fiscale presenta numerosi vantaggi: migliora notevolmente la struttura dell'Irpef da un punto di vista di equità ed efficienza, detassa il lavoro dipendente ed autonomo, accresce il carico fiscale sui consumi, soprattutto se inquinanti.

    DAL CENTRO ALLA PERIFERIA.

    L'altro elemento qualificante di quest'ipotesi di riforma è l'accennato spostamento dal centro alla periferia. Ciò in relazione ad un' esigenza di bilanciamento: da un lato, migliorare la tassazione sulle cose uniformemente e capillarmente sul territorio, dall' altro, collegare il pagamento delle tasse alla controprestazione di servizi resi efficientemente ed effettivamente fruibili.

    Uno degli errori manifesti del sistema fiscale attuale è l'idea preconcetta che esista una sovrastrutturale "sovranità fiscale", in sintesi che il fisco non dipenda dall' economia, ma l'economia dal fisco.

    E' invece nostra opinione che debba avvenire il contrario.

    DAL COMPLESSO AL SEMPLICE.

    La riforma che si vuole proporre è improntata alla logica che non debba essere il cittadino a dover andare dal fisco, ma viceversa. Si tratta quindi di superare, anche se motivata, questa logica di diffidenza da parte del cittadino nei confronti del fisco.

    Sul piano sostanziale, il passaggio dal complesso al semplice si attua unificando, per blocchi di tributi, i relativi presupposti e le relative procedure. Ne deriva, a cascata, un effetto automatico di semplificazione: invece di molteplici presupposti, molteplici adempimenti formali, molteplici uffici per la riscossione, molteplici forme di accertamento, molteplici regimi e gradi di giudizio, si avranno, con l' accorpamento, un presupposto, un adempimento formale, un ufficio per la riscossione, un accertamento e un processo.

    Parallelamente, sul piano formale, il passaggio dal complesso al semplice può essere operato riducendo da diverse migliaia ad l, il numero delle leggi e dei decreti fiscali vigenti: un unico codice fiscale.

    Su queste basi, la riorganizzazione dell'Amministrazione finanziaria può essere articolata sui seguenti punti:

    a) potenziamento dell'Amministrazione finanziaria, con decentramento nelle sedi regionali di buona parte delle responsabilità decisionali reali;

    b) riorganizzazione della struttura dell'Amministrazione finanziaria attraverso una ridefinizione dei poteri centrali (potere di indirizzo, valutazioni in merito al livello di pressione complessiva, servizi di controllo ed ispettivi); una riorganizzazione delle strutture regionali (accertamento e recupero gettiti) .

    L'IMPOSTA SUL CONSUMO.

    E' importante notare che le grandezze in esame giuocano un ruolo preminente in tutta l'economia nazionale, essendo i consumi uno dei motori del sistema capitalistico (affermazione, questa, che mette d'accordo tutto il pensiero economico neoclassico e keynesiano).

    L'imposta sul valore aggiunto (IVA) è un elemento che può risultare deterrente per determinati li velli o anche per determinate tipologie di consumo, originando così il fenomeno della distorsione (variazione della scelta di consumo e/o di investimento ad opera della diversa imposizione) .

    Tutto questo può essere ovviato con delle misure volte a sostituire l'attuale regime impositivo indiretto con un sistema più attento al "merito" dei consumi, distinguendo cioè i beni in tre categorie differentemente tassate. In tal modo si può realmente incidere sulle categorie sociali in modo "intelligente", esplicitando un legame di fatto già esistente tra classi sociali e consumi. Si possono così delineare tre macrofasce a tassazione differenziata:

    l) beni e servizi di prima necessità e beni strumentali

    2) beni e servizi intermedi

    3) beni e servizi di lusso e beni inquinanti

    I primi, che attualmente concorrono maggiormente al rischio della progressività, corrispondono sia ai generi alimentari e ai beni di larghissimo consumo, su cui, per la loro stessa natura, dovrebbe gravare l'aliquota minima, sia ai beni cosiddetti strumentali, la cui sottoposizione ad un regime fiscale di ampio favore è giustificata dal fatto che tali beni sono produttivi, e quindi forieri in teoria di maggior sviluppo.

    Per illustrare meglio questa categoria di beni faremo degli esempi: bene di prima necessità è sicuramente il pane, elemento primario dell'alimentazione di ogni cittadino, come anche gli ortaggi, la frutta, ecc .. Oltre a tali beni, che potremmo considerare di prima necessità "per definizione", potranno di volta in volta essere ricompresi nella categoria in esame altri beni via via ritenuti meritevoli di tutela fiscale. Se si riterrà opportuno incentivare il consumo di determinate merci, esse potranno quindi essere ricomprese ex lege in questa fascia, diventando in tal modo una fascia cuscinetto di incentivo fiscale.


    I beni strumentali sono a loro volta quei beni il cui acquisto si rende necessario per espletare una attività produttiva imprenditoriale o professionale, la cui eventuale tassazione sfavorevole risulterebbe preclusiva della possibilità di intraprendere tali attività. Ad esempio, la dotazione di computer in uno studio professionale, senza il cui uso l'attività in esame non è pensabile.

    La seconda fascia dei beni, comprende una categoria residuale di beni molto consumati dal contribuente (non strettamente necessari ma neanche di lusso, per intenderei) che subirebbero un' aliquota leggermente maggiore della precedente. Beni intermedi possono essere considerati ad esempio i capi d'abbigliamento non compresi nella fascia precedente, dunque non strettamente necessari alla sopravvi venza. Un televisore può, per intenderei, essere considerato utile ma non necessario (ben raffigurando il nostro concetto di bene intermedio) .

    La categoria dei beni cosiddetti di lusso comprenderebbe beni generalmente fruibili dalla parte più possidente della popolazione, quella con maggior capacità contributiva e dovrebbe essere tassata in modo maggiore, come immaginato forse dal legislatore costituente nella stesura dell' articolo 53 già menzionato. La valutazione da parte del legislatore dovrà però tener conto della considerazione di un bene in un determinato periodo storico per ancorare alla realtà l'affrancazione di un bene come un oggetto "di lusso". Ad esempio, si può portare il caso dei telefoni cellulari, considerati beni di lusso fino a qualche anno fa e ora acquistabili da qualsiasi contribuente. Bene di lusso può essere viceversa considerata l'auto, ma da un determinato numero di cavalli in poi.

    Ai beni di lusso verrebbero equiparati i beni cosiddetti inquinanti, visti con sfavore dall'amministrazione finanziaria e quindi tassati in modo disincentivante per limitarne il consumo. E' unanimamente riconosciuto, infatti, che la diversa tassazione sui beni promuove o al contrario abbatte i consumi degli stessi in modo fiscalmente intelligente, potendosi in tal modo controllarne il mercato.

    Il sistema che stiamo delineando, riteniamo sia maggiormente informato a criteri di progressivi tà in quanto comporta una maggiore tassazione in funzione di un maggior consumo.

    Tale sistema di imposizione indiretta, è strettamente correlato al nuovo regime di imposizione diretta che, come vedremo ampiamente nel successivo paragrafo, è volto alla creazione di un meccanismo virtuoso di riduzione pressoché totale di fenomeni di evasione.

    E' facile immaginare, pertanto, l'incremento positivo di gettito originato da un sistema finalmente razionale.

    Infatti nel momento in cui vi è interesse reale a richiedere la documentazione di un costo da parte dell'acquirente, non per motivi di ordine morale, quanto per portare tale costo in deduzione al reddito, si ridurrebbe notevolmente l'evasione fiscale e la sottofatturazione.

    La tassa sui consumi verrebbe così a sostituire in toto l'attuale regime dell' imposta sul valore aggiunto (IVA) al fine di ottenere un tipo di imposizione che non distorca i livelli di consumo, eliminando conseguentemente il sistema di tutte le ritenute alla fonte.

    IMPOSTA SUL REDDITO RESIDUALE DELLE PERSONE FISICHE.

    L'attuale sistema fiscale poggia le sue basi sull'imposta sul reddito delle persone fisiche che quindi riveste un'importanza che non esitiamo a definire eccessiva.

    L'ipotesi d'imposta alla base del sistema da noi proposto sarebbe non solo nominalmente, ma sostanzialmente differente, cambiando totalmente la filosofia che la sottende.

    Infatti l'istituzione dell'imposta indiretta sui consumi sin qui esposta, potrà permettere un sistema di tassazione diretta caratterizzato da una maggiore equità, consentendo l'esenzione da qualsiasi imposta sulla prima casa, se effettivamente abitata, oltre che la deduzione dal reddito imponibile di un più ampio raggio di costi familiari gestionali (affitti, scuole, vestiario, alimentari etc. )




    La base imponibile soggetta alle aliquote degli scaglioni, è data dal cosiddetto "reddito residuale", ottenuto come differenza tra reddito lordo e quota deducibile dei costi gestionali familiari documentati. La percentuale di deducibilità dei costi gestionali suddetti, viene rapportata alla distinzione dei beni in macrofasce operata in precedenza riguardo all'imposizione sui consumi, prevedendo una deducibilità diversa per ciascuna fascia: totale per l'acquisto di beni di prima necessità (100%), incentivante per l'acquisto dei cosiddetti "beni intermedi" (si ipotizza 50%), limitata per l'acquisto dei beni di lusso (si ipotizza 20%)

    Esemplificando, un reddito lordo di 60 milioni, rientrante quindi nel secondo livello della Tab. A, a fronte di 40 milioni di costi documentati, di cui 20 milioni di costi appartenenti alla prima fascia (deducibili al 100%), 10 milioni di costi della seconda fascia (deducibili al 50%) e 10 milioni di costi della terza fascia (deducibili al 20%). I costi deducibili saranno 20 5 2=27 milioni, che sottratti al reddito lordo ipotizzato di 60 milioni, portano il reddito residuale imponibile a 33 milioni, sul quale andrebbe a gravare un'imposta pari a lire 990.000 determinata nel modo seguente:


    Reddito lorde 60 milioni - cesti deducibili 27 milioni (20 5 2)=

    = Reddito residuale 33 milioni

    su cui verrà applicata l'aliquota relativa al secondo livello: 33 milioni x 3% (secondo livello) = 990.000 (Imposta)

    Il conseguente minor gettito derivante dall'imposta sul reddito residuale delle persone fisiche rispetto all' attuale IRPEF, come già detto, sarebbe ampiamente compensato dalle maggiori entrate derivanti dall'imposta sui consumi, rispetto all'attuale IVA.

    Questa misura fiscale sarebbe in realtà una piccola rivoluzione, in quanto destinata a variare in modo stabile e positivo le abitudini ed il rapporto con le istituzioni dei contribuenti italiani.

    TAB. A

    LIVELLO DI REDDITO LORDO ALIQUOTA

    Fino a 24 milioni 1%

    24-60 milioni 3%

    60-100 milioni 5%

    Oltre 100 milioni 10%



    TASSAZIONE DELLE SOCIETA' DI CAPITALI.

    Attualmente le società di capitali sono oltre 500.000, di cui più della metà non paga imposte, essendo strutturalmente per un triennio o più in perdita.

    Questo favorisce non solo l'evasione fiscale (poiché molte di queste fanno parte delle cosiddette "scatole cinesi"), ma anche un super lavoro da parte dell' amministrazione finanziaria, fino a raggiungere il collasso attuale.

    Gli elementi necessari per contrastare in maniera incisiva i problemi sopra enunciati riteniamo siano quindi i seguenti:



    l) maggior trasparenza degli assetti societari


    2) predisposizione ed introduzione di una normativa che eviti l'abuso dell'indebitamento finanziario quale strumento di elusione fiscale;

    3) predisposizione ed introduzione di una normativa volta all'individuazione e all'inquadramento fiscale dei gruppi societari in tutti i settori operanti, non solo per equità del prelievo fiscale, ma anche e soprattutto per ridurre il numero dei soggetti nei cui confronti si deve rivolgere l'azione di controllo;

    4) comminazione di reali sanzioni penali ai soggetti di cui si sia accertata la evidente intenzione di frodare il fisco, evitando pene pecuniarie di difficile riscossione;

    5) limitazione rigorosa del formarsi di grosse concentrazioni societarie, il che significa rivedere in modo radicale l'operato dell'antitrust:

    a) vietando l'acquisto diretto e indiretto di quote e/o azioni parte di società o holding con sedi nei pararadisi fiscali c.d. società off-shore)

    b) prevedendo e favorendo lo sviluppo del "Capitale Nazionale"



    Per quanto riguarda dunque le società, il nostro progetto di riforma prevede la soggezione ad un' unica imposta che si dovrebbe denominare IGS (Imposta Generale sulle Società), la quale verrebbe calcolata sul reddito, sul patrimonio e sulle movimentazioni finanziarie, andando a sostituire, accorpandole, le attuali imposte dirette che gravano sulle società (IRPEG, IRAP).

    Relativamente all'impostazione predetta, la nuova imposta si strutturerebbe in funzione dei seguenti elementi:

    a) Abbattimento dell'aliquota sulla componente reddituale. Ciò è cosa possibile dal momento che, per effetto delle misure introdotte dal nuovo sistema da noi proposto, il reddito tassabile non potrebbe essere occultato. Tutto ciò riporterebbe la pressione fiscale ad un livello adeguato e compatibile con una maggior competitività delle imprese nazionali sui mercati esteri;

    b) Estensione della base imponibile alle movimentazioni finanziarie, rendendo così più equa la tassazione;

    c) Razionalizzazione della componente patrimoniale. Attualmente è prevista la deduzione della perdita d'esercizio. Va prevista, invece, l'inclusione nella base imponibile dell'indebitamento
    ritenuto eccedente, determinato in base ad una normativa volta a contrastare la sottocapitalizzazione delle imprese.

    Una particolare attenzione va rivolta alle società a responsabilità limitata, asse portante del panorama nazionale delle società di capitali, la cui normativa di riferimento è contenuta nel libro V del codice civile.

    Queste società, come è noto, godono del beneficio della responsabilità limitata per i soci, a conferimento effettuato. E' nostra intenzione evitare che questa responsabilità limitata sia in buona sostanza una impunità illimitata.


    Lungi da noi, sia chiaro, la demonizzazione delle varie forme di produzione della ricchezza.
    Riteniamo però necessario un maggior controllo sui centri di formazione del reddito.

    A tale scopo proponiamo l'obbligatorietà del collegio sindacale per tutte le società di capitali, organo che esplica attività di controllo nei confronti di ogni evento aziendale.

    Il documento con cui le società comunicano ai soggetti interessati le vicende riguardanti la formazione del reddito e le variazioni del patrimonio è notoriamente il bilancio d'esercizio. Questo racchiude gli interessi di tutti i soggetti legati in qualche modo alla società, evidenziando, a volte, risultati non corrispondenti al vero.

    Una misura per avvicinare di più alla realtà le evidenze contabili è secondo noi la certificazione obbligatoria per i bilanci di tutte le società di capitali.

    Tale certificazione dovrebbe essere rilasciata esclusivamente da soggetti autorizzati, che non siano però società di capitali (in cui non vi è una diretta responsabilità di una persona fisica). Questa misura, oltre a garantire una maggior trasparenza, originerebbe un incremento di domanda di prestazioni di consulenza, con un conseguente aumento dell'occupazione di lavoratori qualificati, autonomi e non.

    TASSAZIONE SUI REDDITI DA CAPITALE.

    Gli italiani hanno oggi una ricchezza finanziaria che supera i tre milioni di miliardi, articolata in titoli del debito pubblico (di cui le attività possedute costituiscono la logica contropartita), titoli obbligazionari privati, azioni, depositi e attività all'estero.

    Il regime fiscale per i redditi derivanti dalle sopracitate attività è estremamente differenziato. Si contano, infatti, ben 16 regimi fiscali e ciò comporta che redditi uguali siano tassati in modo diverso a seconda del titolo.

    Secondo una stima, attualmente è in mano estera il 60% circa dei titoli del debito pubblico, detenuti in modo diretto o indiretto (col sistema delle "scatole cinesi").

    Pensiamo quindi che una riforma fiscale seria ed efficace non possa prescindere dall'evitare qualsiasi tipo di distorsione nel mercato del debito pubblico.

    In seconda analisi dovrebbero essere sostituiti gli attuali regimi fiscali con un sistema unificato che preveda un'imposta patrimoniale dello 0,2%.

    Inoltre, tutti i titoli di qualsivoglia natura dovrebbero essere nominativi ed inseriti nella dichiarazione reddituale, anche per ciò che concerne i titoli rappresentativi del debito pubblico, che


    potrebbero essere detenuti da società, enti o persone fisiche estere, fino ad un massimo del 10 o 15% del debito pubblico totale.

    CONCLUSIONI.

    L'ammontare dei consumi per generi alimentari, abbigliamento, divertimenti ed altro, è attualmente sicuramente sottostimato a causa dei fenomeni di evasione di cui non si è mai riusciti a venire a capo.

    Ciò a causa di riforme fiscali che hanno avuto sempre il "pregio" di mediare fra i contrapposti interessi di partito, ma anche il ben più grave difetto di essere quasi totalmente inefficaci, se non altro per il fatto di costituire semplici palliativi per un sistema oramai morente.

    In un sistema uniformato ai nostri principi, mediante una generale documentazione dei costi su cui l'imposta sul consumo potrebbe rivalersi, potrebbero essere compensate, sopravanzando certamente, le attuali entrate per IRPEF e IVA.

    La quota di consumi precedentemente non "emersa" darebbe luogo a una tassazione ex novo perché si riferirebbe a quantità prima non conosciute, originando. nuovo gettito.

    Sarebbe una spallata vigorosa, riteniamo, al mondo dell'economia sommersa, le cui vere cifre restano, per i più, avvolte nel più fitto mistero.

    L'ipotesi di riforma che abbiamo delineato necessita certamente di uno sviluppo, ma riteniamo che contenga numerosi elementi di estremo interesse, primo fra tutti la chiarezza e la comprensibilità.

    Abbiamo preferito infatti seguire poche ma ben definite linee guida tali da fungere come strutture portanti di un sistema unitario.

    Per ciò che attiene l'attuazione pratica del presente documento (ad esempio, le esatte percentuali da applicare per l'imposta sul consumo), rimandiamo ad una successiva rielaborazione tecnica, avendo noi voluto qui fornire delle indicazioni di massima.

    Ci preme rimarcare, in conclusione, quanto l'attuale sistema fiscale italiano disattenda il principio della progressività dettato dall'articolo 53 della Costituzione, con cui, non a caso, abbiamo aperto il presente documento e quanto al contrario la nostra ipotesi di riforma fiscale rispetti ed esalti tale principio.


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