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    Palestina, le ragioni di un conflitto - terza parte

    di Antonella Ricciardi on Giugno 21,2008

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    Terza Puntata

    Il periodo che va dalla spartizione della Palestina, decisa il 29 novembre 1947, alla proclamazione dello Stato d'Israele, il 14 maggio 1948, al cessate il fuoco, del 1949, dopo l'attacco di Paesi arabi vicini contro Israele, vede lo svolgersi di due guerre in una: il conflitto divenne a tutto campo con l'inizio di una guerra aperta tra palestinesi ed ebrei, e continuò con l'attacco di Transgiordania, Siria, Egitto, Libano, più alcuni contingenti irakeni e sauditi, contro l'appena proclamato Stato d'Israele.

    A proposito della spartizione della Palestina, rifiutata in particolare dagli Stati arabi, è da notare che a favore della spartizione votò l'Unione Sovietica di Stalin. E'importante sottolineare questo, dato che spesso, per l'appoggio americano ad Israele, troppo facilmente si sono associati i palestinesi all'U. R. S. S., e di conseguenza ad un certo comunismo internazionale. Molte persone, anche con cultura di sinistra, hanno appoggiato il popolo palestinese, ed è sicuramente positivo l'appoggio ad un popolo oppresso, ma c'è una differenza profonda tra queste persone sincere e gli interessi strumentali della classe politica sovietica (che solo dal 1967 divenne filoaraba). In realtà, pur essendoci maggiori distanze tra aspirazioni palestinesi e politica americana, rispetto a quella sovietica, è comunque vero che gli interessi palestinesi sono stati decisamente in contrasto con quelli dell'Unione Sovietica. La causa palestinese è importante per culture molto diverse, anche con una matrice culturale di destra. Qui comunque si vuole sottolineare che, al di là degli schieramenti, contino il diritto e la giustizia nel denunciare manifeste (ma spesso misconosciute) ingiustizie. Già prima della nascita dello Stato d'Israele, agivano in Palestina gruppi terroristici ebraici, tra cui l'Irgun Zwai Leumi e la banda Stern. Un altro gruppo armato ebraico era denominato Haganah.

     

    Palestinesi a Deir Yassin

    Uno dei più tragici atti terroristici compiuto da un gruppo armato ebraico (l'Irgun), fu l'attentato contro l'albergo King David di Gerusalemme, il 22 luglio 1946, che costò la vita a molti inglesi (contro i quali l'attentato era specificamente diretto), ma anche ad arabi e ad alcuni ebrei (in tutto ci furono oltre 80 morti). Gruppi terroristici ebraici si evidenziarono anche gettando bombe contro mercati arabi e nell'attacco contro soldati inglesi (alcuni dei quali addirittura strangolati con corde di pianoforte). Il 16 settembre 1948, il mediatore delle Nazioni Unite, lo svedese conte Folke Bernadotte, denunciò le violenze sioniste contro i palestinesi, ed il giorno seguente egli fu assassinato dai sionisti, col suo assistente francese, il colonnello Serot (i loro assassini,Yehoshua Cohen e Nathan Friedman-Yellin, sarebbero entrati nel governo israeliano: non furono mai puniti). L'episodio più famoso fu però il massacro contro il villaggio palestinese di Deir Yassin, ad Ovest di Gerusalemme, il 9 aprile 1948: l'Irgun (i cui leaders politici erano Menahem Begin ed Yitzhak Shamir), attaccò il villaggio mentre le persone più giovani e forti erano assenti, intente al lavoro dei campi, e lo devastò, uccidendo tutti gli abitanti che riuscì a rastrellare. Gli abitanti palestinesi uccisi furono 254, soprattutto donne e bambini (ci furono anche stupri), i loro corpi furono gettati in un pozzo. La cosa più scandalosa fu che Begin (futuro premio Nobel per la pace), in una lettera agli assassini, fece loro le sue congratulazioni, definendoli artefici della storia d'Israele, e Shamir fece altrettanto. Un altro grave massacro si verificò contro il villaggio palestinese di Tantura, vicino ad Haifa: a Tantura i sionisti assassinarono circa 200 persone. Il massacro più grave di quel periodo contro palestinesi ad opera di sionisti fu però contro il villaggio palestinese di Dawayama. Inoltre,le forze armate inglesi si tennero a distanza, nonostante nel caso di Deir Yassin distassero solo 5 km dal villaggio. Questo atteggiamento della maggior parte di loro di accondiscendenza (a volte criminale), verso i sionisti, risaliva lontano nel tempo, e fu uno dei motivi che spinse a suo tempo il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajj Amin El-Husseini, la più altà autorità religiosa palestinese, a schierarsi dalla parte dell'Asse Roma-Berlino-Tokyo, prima e durante la Seconda guerra mondiale. El Husseini non pensava certo di aderire ad un credo razzista, ma, in nome dell'opposizione alle politiche razziste colonialiste, sia inglesi sia sioniste, aderì all'Asse. Il Muftì disperava in un aiuto inglese, infatti, dopo che Churchill, nel 1921 (un anno dopo la prima rivolta palestinese), aveva respinto la proposta di un Parlamento palestinese e si era rifiutato di bloccare l'immigrazione sionista: anche il fatto che il Muftì avesse nel 1936 capeggiato il più lungo sciopero del mondo, 174 giorni, non aveva scosso Churchill. Agli inizi,la Germania nazionalsocialista aveva tentato di sbarazzarsi degli ebrei residenti sul suo territorio incoraggiandone l'emigrazione, senza escludere tra le possibili destinazioni la stessa Palestina (nonostante le proteste dei tedeschi non ebrei,residenti per lavoro in Palestina). Questo era dovuto anche al fatto che i nazisti non credevano che gli ebrei sarebbero riusciti a gettare le premesse per un proprio Stato. Quando però dovettero constatare che il potere sionista aumentava in Medio Oriente, decisero di sbarrare la strada all'emigrazione ebraica verso la Palestina. I nazionalsocialisti consideravano l'idea di uno Stato ebraico un punto di forza dell'Ebraismo, per questo cominciarono ad avversarlo. Inoltre,i nazisti considerarono sempre i sionisti e la loro ideologia un'associazione per delinquere. Ma quello che portò il Muftì ad essere uno degli esponenti mussulmani a schierarsi con l'Asse (con lui ci fu anche in particolare il leader nazionalista laico irakeno Rashid-Alì Al Gailani, ma ci furono anche non pochi altri esponenti mussulmani che fecero la stessa scelta), fu la circostanza che dal 1936 al 1939 morirono sotto il piombo soprattutto dei sionisti, ma anche degli inglesi, circa 11.000 palestinesi, oltre 100 furono condannati a morte, circa 3000 furono imprigionati. Bisogna tenere presenti queste circostanze prima di giudicare l'azione del Muftì, che ottenne per la lotta del suo popolo palestinese aiuti anche in armi dal governo tedesco e dal governo italiano fascista di Mussolini (a questo proposito, si può consultare in particolare il testo "Il fascio,la svastica e la mezzaluna" di Stefano Fabei, edito da Mursia). Comunque, non senza motivo i palestinesi definirono "Nakba", catastrofe, il conflitto del 1948: i sionisti espulsero dalle loro case circa 900.000 palestinesi, cacciati da 530 località, 418 delle quali furono in parte parzialmente ed in parte (più della metà), completamente distrutte. I profughi palestinesi si diressero in parte verso altre parti non occupate della Palestina, in parte verso nazioni arabe vicine, soprattutto in Transgiordania, Libano, Siria ed Egitto. Gli eserciti arabi furono invece sconfitti, con grande stupore dell'opinione pubblica internazionale: in realtà, le forze armate ebraiche erano superiori a quelle degli Stati arabi attaccanti, già prima della guerra, a causa del sostegno americano, come ammesso da tempo anche da storici revisionisti israeliani. A questo proposito, sono significative le parole del docente universitario ebreo Yeshayahn Leibowitz (della Hebrew University; inoltre, egli è stato anche curatore dell"Encyclopedia Hebraica"): "La forza del pugno ebraico deriva dal guanto d'acciaio americano che lo ricopre e dai dollari che lo imbottiscono". Le forze armata israeliane, che avrebbero dovuto avere, stando al piano di spartizione, poco più della metà della Palestina, ne occuparono il 77%, annettendosi porzioni della costa mediterranea, della Galilea e del deserto del Neghev, sulle quali la sovranità sarebbe dovuta spettare agli arabi. Agli eserciti arabi rimasero solo tre porzioni della Palestina,la Striscia di Gaza, territorio costiero sul Mediterraneo occupato dal vicino Egitto, la Cisgiordania, territorio ad ovest del fiume Giordano, che fu occupato dalla Transgiordania di re Abdallah, più una piccolissima sezione di Golan palestinese (il Golan è essenzialmente siriano, ma una piccola parte, affacciata sul lago di Tiberiade, è palestinese; nel 1967 furono occupate entrambe; questa situazione è un verò tabù tra Siria e palestinesi, e ci si ritornerà). La Cisgiordania comprendeva anche la porzione orientale di Gerusalemme (secondo il piano di spartizione, Gerusalemme ed i suoi dintorni sarebbero dovuti essere internazionalizzati; Gerusalemme ovest, che era andata agli israeliani, aveva un 70% di proprietà appartenenti a palestinesi). Perchè, però, i palestinesi non proclamarono allora il loro Stato almeno in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, dato che erano almeno in mani arabe? In parte ciò fu dovuto al fatto che il governo egiziano ma soprattutto quello transgiordano vollero mantenere il controllo di quei territori coi loro eserciti, ma in parte, anche, si può dedurre, dal fatto che i palestinesi in quel periodo non avessero intenzione di proclamare uno Stato su una parte così ridotta della Patria (e questo è sicuramente comprensibile). Addirittura, nel 1950, la Transgiordania di re Abdallah (distintosi per essere stato fin troppo disponibile a compromessi con i sionisti), procedette all'annessione della Cisgiordania palestinese: così, dall'unione di Transgiordania e Cisgiordania, il nome del territorio fu modificato in Giordania. L'annessione non fu riconosciuta a livello internazionale (tranne che da Pakistan ed Inghilterra: troppo poco per essere valida), e soprattutto vi si opposero i palestinesi, uno dei quali, nel 1951, assassinò Abdallah a Gerusalemme (nel 1988, però, re Hussein di Giordania rinunciò a tutta la Cisgiordania, Gerusalemme compresa,lasciandola ai palestinesi; all'antica Transgiordania è però rimasto il nome di Giordania, pur non essendovi più inclusa la Cisgiordania palestinese). Intanto gli israeliani, contravvenendo alle leggi internazionali, impedirono il ritorno dei profughi palestinesi, tramite la "Legge del proprietario assente", con la quale chi non fosse stato nella sua proprietà al momento della proclamazione d'Israele, non poteva rientrare nel Paese (nonostante i palestinesi avessero altrove i propri documenti). Un altro modo per tenere lontani i profughi palestinesi fu la falsa notizia di epidemie nei territori da loro abbandonati, diffusa dai sionisti, come rivelato con l'apertura degli archivi della C. I. A. di Princeton. Ed ecco alcune dichiarazioni di parte ebraica sulla pulizia etnica del 1948 (la più estesa del secondo dopoguerra), che tristemente chiariscono di più queste vicende. Il primo presidente israeliano Weizmann, dichiarò: "Si è trattato di una miracolosa pulizia della terra, di una miracolosa semplificazione del lavoro d'Israele". Lo storico revisionista israeliano Ilan Pappe, affermò: "Il vantaggio militare ebraico fu utilizzato per espellere in massa più della metà della popolazione palestinese. Le forze israeliane, a parte eccezioni, cacciarono i palestinesi da ogni villaggio o città. In alcuni casi l'allontanamento fu accompagnato da massacri di civili. Si verificarono anche casi di stupro, saccheggi e confische". Ed ecco ancora cosa dichiarò il primo presidente del cosiglio ebreo, David Ben Gurion: "Perchè gli arabi dovrebbero fare la pace? Se fossi un dirigente arabo non la firmerei con Israele. E' normale: abbiamo preso il loro paese. Certo, Dio ce lo ha permesso, ma il nostro Dio non è il loro. E'vero che siamo originari di Israele, ma la cosa risale a 2000 anni fa: in che cosa li riguarda? Ci sono stati l'antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma è stata colpa loro? Loro vedono una cosa sola: siamo venuti e abbiamo preso il loro Paese. Perchè dovrebbero accettare questo fatto?". A tutti questi interrogativi sarebbe stato interessante aggiungerne uno nuovo, e cioè sarebbe stato interessante chiedere allo stesso Ben Gurion perchè, riuscendo a capire tutto ciò, non avesse cambiato il proprio modo di agire. Già nel 1940, inoltre, l'ebreo sionista Yosef Weitz, responsabile del Comitato per l'evacuazione e coordinatore delle operazioni di confisca delle terre, oltre che collaboratore del piano Dalet (di pulizia etnica, organizzato da Ben Gurion), espresse queste agghiaccianti intenzioni: "L'unica soluzione è quella di trasferire gli arabi nei Paesi vicini. Non un solo villaggio ne' una sola tribù devono restare". E' chiaro che con questi avvenimenti, invece, il conflitto fosse destinato a durare.

     fine della terza puntata-continua


    Antonella Ricciardi


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