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    Palestina, le ragioni di un conflitto - settima parte

    di Antonella Ricciardi on Dicembre 06,2008

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    Settima Puntata

     

    Dopo la morte, causata da un infarto, del leader egiziano Nasser, gli era appunto succeduto Anwar El Sadat. Quest'ultimo aveva acquisito popolarità con la parziale rimonta araba della guerra del Kippur, nel 1973. Fu proprio con Sadat che si fece particolarmente strada l'idea di un negoziato con gli israeliani che si basasse sul compromesso della terra in cambio della pace. Inaspettatamente, questa strategia colse i suoi frutti.

    Nel 1977, preparato già dalla mediazione del presidente americano Carter, avvenne la visita di Sadat a Gerusalemme, durante la quale questi fu ricevuto da Begin. Seguì una stagione di negoziati (1978-1979), a Camp David, negli U. S. A., conclusisi con gli accordi siglati nel marzo del 1979. In base a tali accordi, in cambio dello stabilimento di rapporti diplomatici israelo-egiziani, Israele restituiva la penisola del Sinai agli egiziani. Nel Sinai, per superficie maggiore dello stesso Israele, abitavano soltanto 50.000 egiziani, soprattutto nomadi beduini, a causa dell'aridità climatica di quella regione. Furono sgomberate, inoltre, le colonie ebraiche ivi installate, nonostante le esacerbate proteste dei coloni. Anche se la restituzione del Sinai in mani arabe fu senza dubbio un avvenimento positivo, non bisogna dimenticare che avvenne con la mediazione non certo disinteressata degli statunitensi, i quali, in tal modo, fecero in modo di attirare Sadat più vicino all'orbita americana. Questo avvicinamento avvenne poco dopo la proclamazione, avvenuta alla metà degli anni '70, del sionismo quale variante del razzismo. Questa risoluzione avvenne durante la presidenza al Consiglio disicurezza dell'O. N. U. di Kurt Waldheim, un austriaco, che successivamente venne accusato di avere avuto un passato nazista. In realtà, le accuse verso Waldheim furono strumentali, dato che quest'ultimo era sì stato collegato in gioventù al nazionalsocialismo (come tantissimi suoi connazionali dei suoi tempi), ma non si era macchiato di alcun crimine.

     

    George Habbash

    Questa circostanza, tuttavia, non evitò che Waldheim fosse in breve tempo costretto a lasciare la sua carica di segretario generale delle Nazioni Unite. Intanto, la politica di Sadat continuava ad avvicinarsi alle istanze americane; da parte loro, gli americani non sembravano preoccuparsi più del diritto internazionale, una volta passato il precedente periodo critico. Nel 1981, lo stesso Sadat venne assassinato mentre assisteva ad una parata militare, da un gruppo di fondamentalisti islamici, contrari alla sua vicinanza alla Casa Bianca. Si è accennato alle colonie ebraiche in terra egiziana: non furono purtroppo un caso isolato, ma il risultato di una precisa strategia, volta a preparare l'annessione del maggior numero di terre arabe possibile, includendovi il minor numero di popolazione autoctona possibile.

    Donna palestinese indica alcune connazionali vittime del massacro di Sabra e Chatila (1982)

     

    Colonie ebraiche vennero fondate già alla fine degli anni '60, poco dopo la Guerra dei sei giorni, anche sul Golan siriano e nei territori palestinesi di Striscia di Gaza e Cisgiordania; tutto ciò, nonostante il fatto che il diritto internazionale, ratificato dalle stesse Nazioni Unite, vietasse di modificare artificialmente gli assetti etnico-demografici di territori sotto occupazione militare. Peraltro, l'occupazione stessa è illegale, e la resistenza, anche armata, a tale occupazione, è ancora una volta considerata legittima dal diritto internazionale contemplato dall'O. N. U.. Eppure, nei 30 anni e passa seguiti alla guerra del 1967, gli insediamenti ebraici non hanno conosciuto soste nella loro espansione, riducendo i territori arabi ad una sorta di pelle di leopardo, dove gli insediamenti stanno al posto delle macchie. I coloni ebrei, mossi soprattutto dal desiderio di realizzare sogni religiosi e da agevolazioni economiche, occuparono le terre migliori, espropriandole di solito ai legittimi proprietari. Inoltre, Israele arrivò così a controllare l'80% delle risorse idriche palestinesi; contemporaneamente, ai palestinesi fu proibito di scavare nuovi pozzi. Gli israeliani scavarono talmente nel suolo, spesso sabbioso, della zona di Gaza, da raggiungere l'acqua salata nel sottosuolo. Fu anche resa particolarmente difficile l'attività di pesca per i locali, con numerose chiusure di un elemento vitale naturale quale il mare. Tornando alla questione degli insediamenti, ecco un estratto da un testo dello storico israeliano Benny Morris (tratto dal volume "Vittime", edito in Italia da Rizzoli nel 2002). Le parole di Morris confermano il sostegno trasversale che la popolazione israeliana ha dato sempre alla politica degli isediamenti: << La questione degli insediamenti israeliani nasce dopo la guerra dei sei giorni del 1967 quando si considerò di primaria importanza sistemare coloni lungo la nuova linea di confine per garantire la sicurezza dello Stato ebraico. L'opinione pubblica, sia laica che religiosa, era profondamente entusiasta della possibilità che Israele si potesse espandere lungo gli antichi confini, lo dimostra un editoriale di Hareetz dopo la fine delle ostilità che affermava: "La gloria dei tempi antichi non è più una visione remota; d'ora in poi farà parte del nuovo Stato d'Israele. [...] Tutta Gerusalemme è nostra. Gioite e festeggiate abitanti di Sion" >>.

    Una tecnica per inglobare terre è inoltre illustrata in questo testo di S. Brandolini, "Strategie di terre", recentemente riportato su "D la Repubblica delle Donne" del 19 luglio 2003. Eccone un estratto, che si riferisce al precedente cui si ispirarono i sionisti nell'accaparramento di terre: "Il fondamento [...] fu trovato nella legge ottomana sulla terra demaniale secondo la quale un terreno incolto poteva diventare di proprietà di chi lo avesse coltivato per un certo numero di anni". Ed ecco un altro estratto dallo stesso libro, che chiarisce meglio il medesimo concetto: poichè i palestinesi cominciarono a piantare ulivi, gli ebrei pini "ma il pino cresce più in fretta e sotto le sue chiome non cresce l'erba, perciò chi sta fuori dal terreno dell'insediamento non può usare quel terreno come pascolo". La questione dei pini rispecchia anche simbolicamente il senso d'estraneità che danno gli insediamenti ebraici sulla terra palestinese: i pini, non adatti al clima di quella parte di Medio Oriente (ma molto più adatti a terre alpine e temperate), crescono con aspetto "sofferto", con una tinta sul grigio. Gli insediamenti israeliani (veri e propri fortini superblindati), inoltre, stonano col paesaggio circostante, anche per i loro assurdi tetti rossi a spioventi, molto diffusi. I tetti sono assurdi, dato il clima poco piovoso, e stridono con l'architettura tipica delle case palestinesi, essenziali coi loro tetti solitamente a terrazza. Non è semplicemente una questione estetica: tutto ciò esprime in modo immediato la sconvolgimento anche geografico dovuto al violento innesto suscitato dal voler creare un Paese sopra un altro Paese, come in una sorta di "cannibalismo" tra nazioni, oltre tutto culturalmente distanti, non amalgamabili. Un'altra modalità di espropriazione della terra palestinese fu inoltre perseguito con le frequenti barbare eradicazioni di ulivi, spesso definiti dai palestinesi "ulivi romani", perchè risalenti addirittura all'epoca dell'impero romano. In alcuni casi, però, i palestinesi sono riusciti a ripiantare gli ulivi sradicati. Tornando alla situazione dei palestinesi in Libano, invece, ci fu da registare una presa di posizione delle Nazioni Unite più chiara, con l'approvazione di una risoluzione, nell'ultima parte del 1982, che definiva la strage di Sabra e Chatila un atto di genocidio. Dopo quelle stragi, un contingente internazionale, composto anche da italiani, stazionò in Libano fino al 1984, ottenendo effettivamente qualche risultato: gli scontri, anche se non cessarono del tutto, diminuirono relativamente senz'altro. Anche se Sharon dovette dimettersi per il suo coinvolgimento nei massacri a Sabra e Chatila, non subì altre sanzioni. Eppure sono numerosissimi gli elementi che rendono inequivocabile la fondatezza delle accuse formulate dalla palestinese Suad Srour El Mehri (che tutt'ora zoppica per essere stata ferita durante l'attacco) e dagli altri numerosi testimoni della strage. Ecco altri studi in proposito: "Quando cominciò a fare buio, Jesse Soker, l'ufficiale di collegamento falangista con le forze israeliane, chiese agli alleati di avere luce. Gli israeliani la fecero tirando razzi illuminanti con una batteria di mortai da 81 millimetri e più tardi con gli aerei. Il massacro continuò indisturbato anche nella notte e per tutto giovedì e venerdì mattina, 18 settembre. Gli israeliani avevano ordinato ai falangisti di uscire dai campi entro le cinque, prima dell'alba di venerdì. Ma alle otto le sparatorie continuavano ancora." (tratto dal libro, molto curato, "L'ulivo e le pietre", del giornalista del "Sole ventiquattr'ore" Ugo Tramballi). La postazione israeliana distava solo 200 metri da Sabra e Chatila, e nei campi furono trovati anche caschi in dotazione soltanto all'esercito israeliano, altro segno del passaggio degli ebrei israeliani in quei campi. Ecco un'altra importante ricostruzione del coinvolgimento di Sharon nella vicenda, tratta dal libro: "I fantasmi di Sharon", della giornalista Stefania Limiti: " Quando iniziò il massacro gli Israeliani, dai tetti dei 3 edifici occupati dal 3 settembre, hanno potuto godersi uno spettacolo durato 40 ore, dotati di telescopi e di binocoli per la visione notturna. Un ufficiale israeliano osservò che dal tetto di quelle costruzioni sembrava di stare nelle prime file di un teatro. I falangisti erano attrezzati di armi da fuoco, asce, coltelli, e macchine fuoristrada, tutto fornito gratis da Israele. La luce fu interrotta in tutto il settore occidentale di Beirut ma, sui campi, razzi illuminanti venivano lanciati dall'esercito israeliano con la frequenza di due lanci al minuto". Lo stesso storico israeliano Amnon Kapeliuk, nel suo libro "Sabra e Chatila, inchiesta su un massacro", giunge alla constatazione dell'innegabile coinvolgimento dell'esercito israeliano nelle stragi. E' molto difficile, però, che i 1499 morti di quella strage abbiano giustizia, data anche l'abitudine americana di bloccare con il veto le innumerevoli risoluzioni O. N. U. che condannano Israele (è il Paese che ne ha accumulate in maggior numero). Restando sul tema Sabra e Chatila, c'è anche, a questo proposito, purtroppo da segnalare l'infelice commento di Elio Toaff, a lungo rabbino capo della comunità ebraica residente a Roma, spesso considerato persona equilibrata. Ecco cosa rispose Toaff in un'intervista concessa a "la Repubblica" del 17 ottobre 1985 al giornalista Paolo Boccacci, in occasione dell'anniversario della deportazione nazista degli ebrei dal loro ghetto a Roma. A Boccacci, che aveva argomentato: "Anche a Sabra e Chatila si è permesso un massacro indiscriminato contro donne e bambini...", Toaff rispose: "In realtà erano campi profughi <> che nascondevano nei sotterranei armi sofisticate per 1500 soldati. Donne e bambini erano una copertura. E' la logica della guerra ad essere spietata. Bisogna cercare la pace attraverso il dialogo e la trattativa". Si sarebbe dovuto ricordare a Toaff, a questo punto, che gli assassini israelo-falangisti non ebbero neppure un morto in quell'attacco, e che le pochissime armi in mano a ragazzini palestinesi, che limitarono di pochissimo l'entità della strage, non cambiano la sostanza di quello che fu un massacro contro inermi, contro qualunque legge degna di questo nome. Ancora a proposito di Libano, invece, c'è da segnalare, purtroppo, anche una persistente divisione tra elementi della Resistenza araba, per il controllo di un territorio, sotto molti aspetti, senza più legge. In particolare sono da segnalare scontri tra palestinesi e libanesi drusi soprattutto tra il 1983 ed il 1984 (questi ultimi raccolti attorno al Partito Socialista Progressista, di Walid Joumblatt, di una famosa famiglia araba con anche qualche ascendenza curda). Walid Joumblatt, inoltre, fu l'erede politico dell'altro famoso leader druso, e cioè suo padre Kamal Joumblatt, assassinato nel 1977: non si chiarì se responsabili ne fossero i siriani o i falangisti, o se ci fosse più di una responsabilità in merito. Per il controllo del territorio sono da registrare scontri anche tra sciiti di Amal (il nome vuol dire "Speranza", si tratta di un'organizzazione libanese sciita filo-siriana) e palestinesi. Questi ultimi scontri portarono in particolare all'assedio soprattutto di tre campi profughi palestinesi: ancora una volta Sabra e Chatila, e poi Bourj El Barajneh, tra il 1985 ed il 1987. Con lo scoppio della prima Intifada (rivolta palestinese) del 1987, in Palestina, però drusi e sciiti libanesi si riavvicinarono ai palestinesi, motivando ciò con la solidarietà contro il comune nemico israeliano. Dopo l'invasione del 1982, gli israeliani, pur essendosi ritirati da Beirut, erano rimasti nel Libano meridionale (già in parte occupato nel 1978). A contrastare validamente la presenza israeliana in Libano fu soprattutto un nuovo partito politico-combattente libanese, Hizbollah ( letteralmente "Partito di Dio"), fondato nel 1980, ed espressione degli sciiti filo-iraniani, sostenitori della rivoluzione islamica iraniana del gennaio-febbraio 1979, che aveva portato quella nazione ad una svolta antiamericanista. Intanto, i gruppi arabi in Europa continuarono a cercare appoggi internazionali, non soltanto istituzionali. Dopo l'arresto della libanese (cristiana di rito armeno) Josephine Abdo' Sarkis, di Marjayoun, e del suo compagno di lotta, Abdullah Al Mansouri (libanese islamico), che per conto delle F. a. r. l. stavano costruendo una rete di collegamento con la sinistra rivoluzionaria antisionista europea (e che trascorsero non pochi anni in prigione anche a causa dele pene alzate in Italia per il periodo degli anni di piombo per reati di terrorismo, e non più riequilibrate), si cercarono anche altre strade. George Habbash, palestinese cristiano (di cultura greco-ortodossa), ed esule da Lydda, nella Palestina centrale, verso la Siria, fu uno dei più attivi in questo senso. Habbash era leader di uno dei gruppi palestinesi più legati alla sinistra, il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, eppure fu sempre apertissimo alla collaborazione con forze europee antisioniste della destra socialrivoluzionaria. Altri gruppi del mondo arabo-mussulmano, specie palestinesi, diedero vita e rafforzarono sodalizi e forme di alleanza con queste realtà politiche europee di destra socialista. Intanto, a contribuire all'apertura di questo nuovo scenario, più duttile, contribuì, appunto, la straordinaria capacità di autorganizzazione della prima Intifada, nata indipendentemente da direttive di alti comandi dell'O. L. P., l'8 dicembre 1987, nel campo profughi palestinese di Jabalya, nella Striscia di Gaza.

     

    fine della settima puntata-continua


    Antonella Ricciardi


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