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    Da Publicondor 33/95 -n.4

    di Punto Zenith on Novembre 16,2009

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    Nel precedente articolo abbiamo aperto una parentesi sulla sentenza ordinanza del giudice istruttore di Bologna, dott. Grassi.

    Per far capire, ai nostri lettori, come si possa stabilire una interdipendenza tra inchieste apparentemente diverse, ma in realtà avviate con il fine ultimo di nascondere, in una incrociata e continua osmosi di stesse notizie, la fragilità del teorema che, all'unisono, alcuni inquirenti perseguono da tempo ottusamente e preconcettualmente.  Inchieste giudiziarie che marciano in sincronico parallelismo ruotando, di fatto, attorno ai medesimi argomenti non dimostrati, ma raccontati con una epilettica esercitazione dialettica,  tanto irragionevole quanto priva di ogni serio riscontro. Che rende difficoltosa, se non inutile, qualsiasi elementare logica di difesa. Come, appunto, nel caso Grassi ed in quello ancora in essere di Salvini.

    Dopo il mandato di comparizione da questi emesso il 7/09/1994 ed il rifiuto di rispondere da parte dell indiziato, la stampa lanciò una vera e propria campagna pubblicando ampi resoconti sulle indagini svolte dal giudice milanese.  Anticipando, anche, spezzoni della tesi centrale dell'antistorica accusa:  la cosiddetta "pista atlantica"  (un minestrone di deduzioni e suggestive riproposizioni di vecchia e stantia saggistica).  Una vera e propria fuga di notizie (di cui tratteremo in un articolo a parte). Il 13/12/1994 il senatore Pellegrino,  presidente della Commissione parlamentare sulle stragi, dichiarava: "Tra breve avremo verità terribili" (Il Tempo, 13/12/1994 - pag.7). Si badi che, a quella data, ancora non erano stati depositati gli atti.

    Come dimostra la lettera del 16/12/1994 con la quale Salvini informa il Pm Pomarici. In essa si legge: " ... Procedo in data odierna per le richieste ai sensi dell'art. 369 c.c.p. del 1930 al deposito in cancelleria per giorni 30 degli atti del procedimento indicato, segnalando che l' istruttoria può ritenersi conclusa in relazione ai seguenti capi di imputazione ... ". E più avanti: " ... L'attività istruttoria, utilizzando il recente decreto di proroga, dovrebbe invece proseguire in merito a:  posizione di Battiston Pietro del gruppo La Fenice in merito ai reati prospettabili nei suoi confronti;  attività dell' Aginter Press;  strage di piazza Fontana; attentato a Palazzo Marino;  detenzione dei mab. Nonché in relazione agli altri episodi che stanno emergendo in relazione all'attività del gruppo veneto di Ordine Nuovo ".


    La lettera termina sollecitando il piano di protezione per Carlo Di Giglio del quale, quindi, si rende noto il "pentimento".

    Proprio per la proroga, della quale si accenna nella missiva, nasce la nostra prima perplessità. Noi non siamo, certamente, esperti in diritto, ma riteniamo ugualmente di poter dubitare che si potesse procedere con il vecchio codice per reati la cui notitia criminis è posteriore all' istaurazione del nuovo rito giudiziario. Salvini, nella sua stessa esposizione, a pag. 31, enumera i filoni ereditati. 

    Ecco l'elenco: Gruppo La Fenice - Di Lorenzo Cinzia - Documento di cinque pagine di confidenze attribuite a Nico Azzi e ritrovate in una "cospicua" documentazione sequestrata in un appartamento dell'organizzazione Avanguardia Operaia - Indagini su tale Ettore Malcangi, indicato come l'elemento di collegamento tra la vecchia destra di Ordine Nuovo e la nuova destra del gruppo Nar - Attentato in danno del Municipio di Milano, Palazzo Marino. Questi, dunque, i fattI sui quali si indagava prima del 15/07/1988, momento della formalizzazione dell'inchiesta condotta sino ad allora dal sostituto procuratore Maria Luisa Dameno. E sui quali era possibile chiedere proroga, essendo soggetti alla procedura del vecchio codice. Ma non sui presunti reati appresi in epoca successiva all'ottobre 1989, data dell'entrata in vigore del nuovo processo penale. Su questi non era consentito chiedere proroghe dal momento che non sono assoggettabili alle vecchie norme. Come è possibile che nessuno si sia reso conto di questo "insignificante incidente procedurale"?  Non doveva,  il giudice, semplicemente trasmettere alla Procura la notizia di reato della quale "credeva" di essere venuto in possesso? Mistero!

    Ma, forse, la spiegazione di questo mistero ci viene da un altro magistrato. Antonio Di Pietro, commentando alcune decisioni giudiziarie caratterizzate da scarsa conoscenza della materia, ha detto: "Eccesso di zelo, scarsa professionalità, maldestri tentativi di emulazione, decisioni precipitose senza preventivi adeguati riscontri ". Non essendo stato, comunque, rilevato da chi di dovere né l'eccesso di zelo né la scarsa professionalità,  l'inchiesta continuò e, il 27/01/1995, fu fatto giungere agli interessati l'avviso di deposito in cancelleria degli atti processuali.  Pochi giorni per ritirarli. Ed ecco iniziare la "via crucis" dei destinatari delle notifiche. Emblematica l'esperienza di uno di essi. Partito da Roma, si presenta al tribunale milanese chiedendo della cancelleria del dottor Salvini. Viene dirottato in una stanza, di pochi metri quadrati, con una fotocopiatrice ed un tavolo-scrivania, di fronte al quale è un armadIo con documenti. Non c'è molto tempo. Sono le dieci e l'ufficio chiude alle 13,30. Bisogna affrettarsi e, quindi, si comincia febbrilmente a selezionare quello che più sembra interessare. Mancano alcuni fascicoli, altri sono in disordine. Alla fine, comunque, grazie anche al cortese aiuto di un impiegato, si fa l'elenco dei documenti indispensabili. Strettamente indispensabili, dal momento che non c'è tempo per "sottilizzare". La fotocopiatrice è,  però, in quel momento occupata e, pertanto, non rimane che accordarsi con l' impiegato per farli ritirare successivamente. Ad un certo punto, ci si accorge che manca la requisitoria. Non si comprende, dalle carte sommariamente guardate,  quale possa essere l'imputazione dalla quale in quel momento bisogna difendersi. Viene chiamata, sempre dal gentile provvidenziale collaboratore, la segretaria del giudice Salvini alla quale si domandano notizie più precise. La povera signora, alquanto turbata, risponde che il Pm non ha ancora trasmesso le sue richieste. Poi, dietro insistenza dell' interessato, chiede di attendere un momento perché è possibile che sia rimasta una fotocopia del documento che l'Istruzione ha inviato alla Procura. Torna dopo poco con un fascicoletto di 31 pagine (poi si constaterà che mancano a questo documento le pagine 26 e 27). Corsa alla stazione e rientro a Roma dove, quache giorno dopo, arrivano anche i sospirati documenti. Pagine e pagine di interrogatori, rapporti di ogni sorta di polizia, intrecci con fatti mai conosciuti, con personaggi altrettanto ignoti, nastri, perizie, richieste, accertamenti e sentenze di differenti processi. Ed altro, molto altro ancora.

    Come leggere tutto in pochi giorni e predisporre una memoria difensiva? E su cosa? Come comprendere quale idea si è fatta Il giudice istruttore su quella valanga di carte? Come indovinare la "sua" opinione soprattutto se riferita a soggetti che si ritengono certamente estranei ai fatti trattati? Mancando una richiesta precisa, dalla quale comprendere la costruzione accusatoria, non rimane che leggere attentamente quel fascicoletto amabilmente fornito dalla segretaria del giudice. E da lì si apprende che gli ex milItanti di Avanguardia Nazionale, a differenza di altri nomi elencati, sono semplicemente ritenuti indiziati (Pag. 23-24). Sembra una chiave di lettura assolutoria. Comunque, senza un discorso articolato al quale rispondere e non disponendo, a differenza del giudice inquisitore, di "proroghe" per leggere ed analizzare gli atti, non rimaneva che attendere la sentenza ordinanza. E la sentenza ordinanza viene depositata il 22/03/1995. Un voluminoso carteggio di 580 pagine, esclusi gli allegati.  Il "ritardo" della requisitoria del pubblico ministero Pomarici, così come aveva giustificato la segretaria di Salvini, trova la sua spiegazione a pagina 571: "Scaduto il termine di trenta giorni, senza che la requisitoria del Pm fosse presentata - in sintonia, purtroppo, con la scarsa disponibilità ed attenzione per questa indagine dimostrata dalla Procura della Repubblica di Milano - si provvedeva in data 18/01/1995 al deposito degli atti in favore dei difensori e, allo scadere di tale termine, alla redazione del presente provvedimento".

    Gravissima accusa che insinua una sorta di copertura fornita dall'ufficio di Borrelli ai "fascisti". Secondo una congenita fissazione propria della psiche di Salvini. Non sappiamo, a tutt'oggi, se le affermazioni citate abbiano comportato o meno un approfondimento per stabilire eventualì responsabilità. Soprattutto dopo la polemica esplosa sui giornali e a seguito di altre durissime dichiarazioni contenute nella lettera che Guido Salvini ha mandato il 16 novembre a Borrelli e che è stata parzialmente pubblicata sul quotidiano di Rifondazione Comunista, Liberazione. La lettera comincia cosÌ: "Il dottor Pomarici dovrebbe vergognarsi di avere offeso gratuitamente e pubblicamente il lavoro altrui quando, nel periodo di oltre un anno in cui era stato delegato di seguire al mio fianco, quale pubblico ministero del vecchio rito, le indagini sull' eversione di destra, non ha voluto assistere a nessun interrogatorio o testimonianza, non ha suggerito alcun accertamento e non ha mai voluto discutere la strategia processuale con gli operanti che erano venuti persino da Venezia per incontrarsi con lui". Lasciamo ad altri ogni commento e torniamo alla sentenza. A pagina 48, Salvini promette che: "Raramente, infatti, una affermazione concernente una circostanza importante per il processo è rimasta isolata. Nella quasi totalità dei casi gli episodi e le circostanze che sono emerse sono sorrette dalle dichiarazioni dì due o più imputati o testimoni, rese separatamente, oppure da una dichiarazione testimoniale corroborata da un obiettivo elemento di riscontro".

    Parole rassicuranti e nobili intenzioni a salvaguardia della verità e della garanzia processuale degli indagati. Ma che non trovano conferma nello svolgimento accusatorio restando solamente una enunciazione di "buone intenzioni".

    Come dimostreremo, nel caso degli ex militanti di Avanguardia Nazionale, nel prosieguo di questa cronaca di "giustizia non giusta".

     

     

     

     


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