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    Da Publicondor 02/96 -n.7

    di Punto Zenith on Novembre 16,2009

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     Nell'affrontare, fino ad ora, l'accusa di Salvini, abbiamo percorso, con una rapida carrellata, le principali tappe della sua inchiesta. Si è detto delle censure della Procura di Milano, di Pomarici e del Pm veneziano Casson; delle origini e dei trascorsi del Salvini; del metodo adottato nel corso dell'inchiesta e della passione "storicistica" e l'affezione ad un teorema precostituito del magistrato ambrosiano; dell'inspiegabile uso della proroga rilasciata per un fatto preciso ed estesa ad altri episodi, nemmeno sottoposti al vecchio rito processuale; della nutrita schiera di collaboratori, ufficiali ed ufficiosi, che hanno "puntellato" la contorta e macchinosa costruzione accusatoria. Abbiamo anche avanzato, concludendo questa prima parte di critica all'operato del giudice milanese, l'ipotesi che l'inchiesta contenga un sotterraneo obbiettivo: quello di salvare, in coerenza con il "rimpianto" arco costituzionale, il regime catto-comunista che ha "regnato" per cinquant'anni in Italia.

    Ora, prima di contrastare nel particolare le distinte accuse rivolte ad ex militanti di Avanguardia Nazionale, intendiamo trattare quello che è stato un vero e proprio fenomeno a valanga di "fughe di notizie" che ha accompagnato l'iter dell'inchiesta. Sulla responsabilità di queste "fughe" si è scatenata una ridda di accuse e contraccuse. Inizialmente tra Salvini e la Procura di Bologna. E' certo che la requisitoria dell'inchiesta bolognese di Grassi, firmata dal dott. Paolo Giovagnoli (in realtà stesa dall'ex Pm Libero Mancuso), anticipava moltissimi dei temi trattati, poi, da Salvini. Così come già prima del deposito di detta requisitoria si verificò, tra le altre, una plateale e dimostrabile violazione del segreto Istruttorio. Lo testimonia la querela che Delle Chiaie presentò il 27/09/1994 nei confronti del giornalista Cipriani dell'Unità (vedi PubliCondor 1/96) e nel contesto della quale si legge: " ... è forse venuto il momento di una seria indagine per accertare come e da chi queste indebIte propalazioni di atti segreti avvengano, essendo questo lo strumento finalizzato alle "campagne" dì cui si discorre, e perché in detti comportamenti potrebbe ravvisarsi (a carico di magistrati, impiegati, poliziotti e carabinieri) l'ipotesi dI reato di cui all'articolo 323 c.p. .... ".

    Va detto che, a seguito della querela, Cipriani è stato rinviato a giudizio, il 12/12/1995, soltanto per diffamazione a mezzo stampa, mentre per il reato di violazione del segreto istruttorio è stato effettuato uno stralcio che speriamo non si perda nel solito "porto delle nebbie". Ma vediamo qual'è il fatto che è all'origine di questa denuncia. Il giorno 7 luglio 1994 sul quotidiano romano «l'Unità» apparve un articolo, firmato dal Cipriani, che per il contenuto dimostrava immediatamente di essere un concentrato di estrapolazioni di un atto giudiziario ancora coperto dal segreto istruttorio. L'occhiello del titolo recitava: " ... E' stata depositata la requisitoria sull'inchiesta bis sulle stragi dell'Italicus e di Bologna".  Il citato sottotitolo precisava, così, anche il documento dal quale erano state attinte le notizie pubblicate. Questo, lo ricordiamo ancora, il 7 luglio 1994. Il giorno prima della pubblicazione del predetto articolo, cioè il 6 luglio 1994, alle ore 11,24 veniva spedito dall'ufficio Istruzione del tribunale di Bologna il telegramma n. 0028813, indirizzato al difensore di Delle Chiaie. Il telegramma avvertiva del deposito, dal successivo 7/7/94, degli atti del processo penale n. 1329/A84 (relativo, appunto, alle istruttorie bis sulle stragi dell'Italicus e della stazione di Bologna). E poiché l'artIcolo del Cipriani apparve la mattina del 7/7/94 ed è notorio che i giornali vanno in stampa la sera del giorno precedente, è evidente che già dal 6/7/1994 (e logicamente ancor prima a causa della notevole mole della requisitoria) il giornalista aveva avuto modo di averne illegittimamente conoscenza. E dal momento che nei giorni 7/8 luglio tutti gli altri quotidiani riportarono soltanto brevi trafiletti, chiaramente originati da notizie di agenzia e sostanzialmente riproducenti soltanto il proscioglimento degli indagati, deve dedursi che Il quotidiano del Pds (e precedentemente organo del Pci) fu l'unico a vantare il privilegio di "entrature" negli uffici giudiziari bolognesi. Ma ciò detto, per obbiettività di cronaca, è possibile facilmente dimostrare che le "violazioni" non furono esclusiva prerogativa della Procura di Bologna. Ed, a rischio di essere noiosi, è utile ed indispensabile seguire una puntigliosa ricostruzione di quello che è divenuto, oramai, un sistema di "appoggio esterno", amplificante e rafforzativo, per accreditare il punto di vista di certi accusatori. E' quello che vedremo.

     

     

     

     


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