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    Da Publicondor 10/96 -n.14

    di Punto Zenith on Novembre 16,2009

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    Tra il 1968 e il 1969 furono ideate, come documentato nel precedente articolo, alcune manovre per criminalizzare Avanguardia Nazionale. I tentativi ripresero nella prima metà degli anni settanta, dopo la rifondazione di Avanguardia Nazionale. Il Ministero dell'Interno, tramite l'ufficio politico romano diretto dal dottor Provenza, chiese alle Questure informazioni sui militanti del movimento presenti sul territorio. Pervennero da tutta Italia rapporti che insinuavano amicizie inesistenti, incontri più o meno sospetti, "campi" non meglio specificati. Contemporaneamente, da uno dei tanti misteriosi laboratori di trame e di intossicazioni, il generale Maletti sondava le possibili reazioni politiche ad uno scioglimento sincronizzato di Lotta Continua ed Avanguardia Nazionale. In una nota, scritta di pugno dal citato generale, si legge: " ... Avanguardia Nazionale, organismo eversivo come Lotta Continua (partire da Lotta Continua per arrivare ad Avanguardia Nazionale) ... punto forze extra parl. dx e si. Dare una sintesi a Taviani: cosa fa in questo momento Lotta continua? Quale l'atteggIamento di fronte a pericolo di scioglimento?".

    L'iniziativa fu presa in sintonia con il ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani e l'on. Andreotti che, in parallelo, tentò un colpo gobbo: presentò in Consiglio dei Ministri una bozza di decreto che metteva fuori legge Avanguardia Nazionale. La notizia trapelò e la sinistra, particolarmente ben informata grazie alla presenza di propri elementi nella stessa segreteria del Ministro dell'Interno, si preoccupò che quel provvedimento, una volta sperimentato su un versante, potesse essere poi utilizzato contro di loro. Sollevò, allora, una robusta campagna stampa in nome del Diritto, invocando la via penale in base alla legge Scelba. La pressione fu efficace e raggiunse lo scopo: il decreto fu bloccato ed il ritorno alla soluzione giudizaria tranquillizzò le organizzazioni extra-parlamentari di sinistra non esposte, a differenza dei "fascisti", a quella legge speciale. E, così, ebbe via libera l'inchiesta della Procura contro Avanguardia Nazionale. Era il 1973.

    In quello stesso periodo, più voci su possibili provocazioni allertarono i dirigenti di Avanguardia Nazionale, i quali decisero d'inviare alle proprie sedi periferiche, il 16/04/1973, una circolare interna di cui ecco il testo:

    "Siamo a conoscenza di un vasto piano provocatorio che tende a far cadere sulla nostra Organizzazione la responsabilità di ignobili fatti delittuosi. Questo piano viene attuato da uomini del regime specializzati al riguardo. Dopo quanto sopra si dispone:

    1) controllare tutti gli iscritti, uno per uno ed allontanare i sospetti rendendo pubblici i nomi.

    2) chiudere nel modo più assoluto, sino a nuovo ordine, le adesioni ai gruppi.

    3) imporre più che maI una rigida disciplina

    4) segnalare al Centro qualunque discorso o proposta sospetta, da qualsiasi parte provenga. Alleghiamo alla presente copia integrale del comunicato stampa diramato dall ufficio stampa di Avanguardia Nazionale, il cui contenuto è al riguardo la espressione dell'atteggiamento ufficiale dell' Organizzazione".

    Nessuno manifestò attenzione o curiosità per questo allarme lanciato da Avanguardia Nazionale.

    E nella generale "distrazione" si giunse, quasi un anno dopo, all'attentato di Brescia. Anche a seguito di questo ennesimo "mistero", Avanguardia Nazionale intervenne. Fu lo stesso Delle Chiaie, l'8/06/1974, a rivolgere uno scritto ai militanti del movimento. Nel messaggio si smentiva decisamente qualsiasi collegamento con le "misteriose" Sam; si condannava la strage di Brescia; si accusava il regime di essere il responsabile delle provocazioni; si segnalavano infiltrazioni in alcuni gruppi; si chiedeva la costituzione di un tribunale speciale con il compito di indagare "su tutti gli episodi poco chiari di questi ultimi anni"; si concludeva invitando i militanti a "stroncare sul nascere e con ogni mezzo eventuali nuove provocazioni".

    Non vi furono reazioni nemmeno questa volta. Trascorsero due mesi e si verificò la strage dell' Italicus. Il sanguinario gesto venne compiuto quando l'indagine su Avanguardia Nazionale era in piena attività e, pertanto, il movimento era sotto attenta osservazione dei vari uffici politici. Il 15/10/1974, Avanguardia Nazionale convocò una conferenza stampa all'Hotel Jolly di Roma. Nel corso dell'incontro con i giornalisti, furono indicate "piste bianche" che, secondo Avanguardia Nazionale, portavano ai "corpi separati"; si illustrò il contesto, ambiguo e sospetto, che aveva fatto da cornice ad un tentativo dI rivolta in Valtellina riferito da Orlando, braccio destro del partigiano Fumagalli capo del Mar; si fece il nome di Picone Chiodo, quale responsabile della "missione" che portò all'assassinio di Giancarlo Esposti; si rivelarono i nomi di militanti sollecitati a compiere atti provocatori; si accusò Mario Tedeschi di rapporti con il Ministero dell'Interno. La conferenza, diffusa dall' Ansa, trovò spazi risibili sulla stampa che, fra l'altro, si guardò bene dal pubblicarne i passsaggi più importanti. Non un politico, non un magistrato, non uno dei tanti che oggi schiamazzano invocando giustizia e verità, si interessò a quella pubblica testimonianza. E sono proprio questi, che allora rimasero indifferenti, a tentare, poi, di coinvolgere noi in quelle stesse trame di regime che, per primi, denunciammo in splendida solitudine. Trame che, proprio per essere di regime, incontrarono ed incontrano una inevitabile complicità omertosa ed operativa di quanti da quel sistema furono beneficiati. Complicità che, certamente, fu all'origine dell' accelerazione impressa all'inchiesta per portare a giudizio Avanguardia Nazionale e condannarla. Una evidente forzatura giudiziaria che si rifletterà nella motivazione della sentenza che, tra l'altro, proclama:

    " ... e perciò gli imputati non possono dolersi di essere perseguitati, secondo loro, per aver esternato una propria opinione di critica alla democrazia attuale ... se essi, infatti, si fossero limitati ad una critica del sistema, sia pur scrivendo un libro, anzi il libretto in discorso, o avessero scritto un'opera storico-filosofica esponendo il loro pensiero sul tipo di Stato che sarebbe preferibile nessuno avrebbe potuto perseguirli. Essi invece non hanno scritto solo un libro, o hanno propugnato una certa forma di Stato, ma si sono riuniti in associazione per portare avanti un certo dìscorso, discorso che, a giudizio del legislatore è pericoloso per la democrazia, cioè costituisce un reato e come tale va punito. Al giudice non è consentito indagare sul movente che ha spinto il legislatore ad emanare una simile legge; è obbligato a prenderne atto ed applicarla nel caso concreto ... " (Sentenza pag. 30).

    " ... Va, peraltro, messo in rilievo che A.N. nel libretto contenente i suoi principi reiteratamente condanna la violenza come metodo di lotta politica. A riguardo espressamente si legge: ... lungi dal ricorrere alla violenza salvo che per legittima difesa ... " (Sentenza Pag. 44).

    " . .. ad un' analisi superficiale della legge in discorso, sembrerebbe in effetti che si persegua un reato d'opinione,  poiché gli imputati sono stati arrestati e processati solo perché componenti dell'associazione A.N., associazione neppure proibita dall'autorità di pubblica Sicurezza alla quale ne era stata comunicata la costituzione, e non per reati eventualmente commessi dai singoli aderenti. Se così fosse non sarebbe possibile processare il pensiero in sé, perché sarebbe un' assurdità, né il pensiero manifestato perché ci si porrebbe in contrasto con il decreto della Costituzione (art. 18-21 etc.). Ma ad una attenta analisi si rileva che il reato per cui si procede non è un reato d'opinione. Con il vietare la ricostituzione del disciolto partito fascista non si vuole impedire una manifestazioone di pensiero, sia pure riprovevole secondo il legislatore, ma il pericolo che il risorgere di detto partito consenta una coagulazione di consensi che gli permetta di impossessarsi del potere, anche legalmente, e successivamente instaurare una dittatura con la distruzione della democrazia ... " (Sentenza pagg. 29-30).

    Con questa ottica liberticida si condannò Avanguardia Nazionale. Non perché avesse applicato la "violenza come metodo di lotta politica", né "per reati eventualmente commessi dai singoli aderenti". Avanguardia Nazionale risultò colpevole perché, avendo osato porre in discussione il dogma della democrazia liberale, poteva rappresentare il pericolo di "una coagulazione di consensi che potesse permettergli di impossessarsi del potere anche legalmente e successivamente instaurare una dittatura con la distruzione della democrazia". Insomma, non solo reato d'opinione, ma anche quello dell'intenzione. E nulla più.

    Nonostante i documenti acquisiti dalla Corte d'Assise di Catanzaro, nel processo per la strage di Piazza Fontana, comprovino ampiamente la determinazione preconcetta impegnata nel criminalizzare Avanguardia Nazionale. Numerose informative "riservate" preannunciano gesti violenti, oscuri complotti, incontri segreti. Si arriva al punto di prefigurare, contestualmente allo scioglimento previsto dal decreto Andreotti del 1973, un' Avanguardia Nazionale clandestina pronta a scatenare una vasta campagna terroristica. Anche dopo il fallimento di questa attività articolata ed intossicante di disinformazione, durante l'indagine giudiziaria gli organi di polizia si impegneranno per fabbricare prove ed evitare che l'inchiesta cada nel nulla. Il disegno traspare chiaramente nelle informative dell' 8, 12, 21 e 23 gennaio 1976, pochi mesi prima della conclusione del processo. E quando la deviazione globale crolla definitivamente, si arriva ad una condanna che, come abbiamo visto, serve a sancire solamente una violazione della libertà di opinione. Ma l'obbiettivo principale fu ugualmente raggiunto: eliminare Avanguardia Nazionale che aveva dimostrato di essere un ostacolo all'infiltrazione ed alla provocazione nell'area.

     

     

     

     


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